Immagini semplici spoglie di pretese a raccontare La nebbia quella vera, quella dove non si vede a un passo da te e quando si dirada: casolari, annunci mortuari come si usano ancora nei paesi, cascine che sembrano abbandonate, sguardi Fieri di chi ha lavorato una vita e deve continuare a farlo.
Il paese continua silenzioso la sua Vita, sembra che niente e nessuno possa sconvolgerlo, come fosse chiuso in una teca invisibile.
Il tempo passa lento, infranto solo dall’arrivo del treno.
Immagini sporche, dalla grana, dalla nebbia, ma così intense e impregnate di magia.
Un Viaggio in un posto dove ti vien voglia di scappare e di portare via tutti da lì.
Lì dove c’è il niente e dove sembra non poter succedere mai niente.
Rovati ci porta a rivivere insieme con lui la vita di Paese, ognuno sembra vivere isolato l’uno dall’altro, ognuno nel suo microcosmo, i paesani si incontrano al bar, alla stazione al mattino presto quando nessuno ha voglia di scambiare due parole.
Tutto sembra trascorrere come ai tempi che suo padre e sua madre erano ragazzini, il progresso sembra non aver cambiato poi così tanto le abitudini di chi vive a Remedello nella bassa pianura Lombarda.
Rovati non si limita in queste immagini a ritrarre il paese nei vari cambi di stagione ma ci mostra i luoghi come li vedono i remedellesi: la luce che entra radente al mattino nelle stalle, il fosso d’acqua che scorre fra le case con i muri intrisi d’umidità.
I volti sembrano dire siamo nati qua, che dobbiamo fare, restiamo qua è il nostro paese e gli vogliamo bene.
Il Fotografo sembra cercare tracce del passato nelle facce e nei luoghi del presente.
Immagini semplici ma al tempo stesso rigorose, anche chi si mette in posa non è mai in posa, perché rimane in lui o in lei la semplicità e la schiettezza di chi non ha niente da nascondere davanti all’occhio della macchina fotografica.
Lionello Rovati lascia che loro stessi si raccontino attraverso le loro case, il loro lavoro, i loro vestiti, i loro sguardi.
“IL VOLTO UMANO DI REMEDELLO” non è solo una raccolta di ricordi e di immagini realizzate nell’arco di sei anni (dal 1988 al 2004), ma è la storia di Remedello, la luce di Remedello, La solitudine di Remedello, la voglia di dire: abbiamo qualcosa da raccontare su di noi.
Lionello non solo ce lo narra attraverso la costruzione “semplice” cioè senza alcun artifizio, ma ci fa attraversare quel luogo portandoci per mano: ci fa sbirciare nelle finestre, nella sagrestia, nei bar, negli angoli nascosti di Remedello.
Rovati usa la pellicola, la quale dona densità e corposità all’immagine; la tecnologia digitale con l’estrema nitidezza avrebbe invece cancellato quello che la pellicola ci fa toccare con mano.
Le scale di grigi ci raccontano minuziosi particolari, texture di arredi o di pavimenti consumati dal tempo, muri scrostati dal quieto vivere; il nero più profondo nasconde e sembra proteggere l’attore dal nostro occhio curioso e impertinente, come con il Paitoni e il suo oscuro tabarro o Don Adolfo il Parroco con il suo cappotto.
Un paese come un altro si direbbe, ma la maestria del fotografo ci porta a dire che non è così; Lionello Rovati come un alchimista d’altri tempi sa dosare sapientemente la tecnica e il sentimento che lo lega alle sue origini.


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