
Il Governo Meloni “privatizza” gli sfratti e alla macelleria sociale che si abbatterà sulle città serve una grande risposta sociale e democratica. La segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi, spiega:
Questo DDL rappresenta un attacco diretto alle famiglie che vivono la crisi abitativa.
In un Paese dove ogni anno vengono emesse 40.000 sentenze di sfratto e dove si registrano 150 sfratti eseguiti ogni giorno, invece di affrontare le cause reali dell’emergenza il Governo sceglie di accelerare ulteriormente le procedure di sfratto.
Mentre l’inflazione, l’aumento dei tassi e il caro‑vita mettono in ginocchio migliaia di nuclei familiari, il Governo ha abolito il contributo affitto, unico sostegno nazionale per chi non riesce a pagare i canoni, e ha presentato un Piano Casa che cancella di fatto l’edilizia residenziale pubblica, l’unico strumento strutturale capace di ridurre i costi dell’abitare.
Il DDL Sfratti veloci interviene solo sul lato repressivo, smantellando tutele fondamentali.
L’eliminazione dell’avviso di rilascio consente all’ufficiale giudiziario di presentarsi senza preavviso, il giorno successivo alla scadenza del precetto, come lo stesso testo ammette quando afferma che l’esecutato “non riceve più alcuna comunicazione relativa al giorno dell’accesso”. Per una famiglia in difficoltà significa non sapere quando avverrà lo sfratto, non avere il tempo di organizzarsi, non poter nemmeno tentare una mediazione o una soluzione alternativa.
Il rinvio dell’esecuzione viene ridotto a un’unica possibilità, per un massimo di 180 giorni, e solo in presenza di condizioni rigidissime: età superiore ai 75 anni, disabilità grave, malattia terminale o convivenza con una persona con disabilità grave o terminale da almeno un anno. Tutte le altre fragilità – minori, monogenitorialità, precarietà lavorativa, redditi insufficienti – semplicemente non esistono per il legislatore.
Il DDL amplia inoltre l’uso della notifica per irreperibili, permettendo di considerare “notificato” anche chi non ha mai ricevuto nulla, sulla base di ricerche “nei luoghi ragionevoli”, una formula che rischia di trasformarsi in un automatismo a danno degli inquilini.
Il nuovo procedimento di ingiunzione di rilascio, immediatamente esecutivo, consente al giudice di decidere in quindici giorni e di rendere esecutivo il provvedimento senza attendere i tempi dell’opposizione. Su richiesta del locatore può essere applicata una penale pari all’uno per cento del canone per ogni giorno di ritardo, un aggravio insostenibile per chi è già in difficoltà. Anche lo sfratto per morosità viene irrigidito: i tempi per sanare si dimezzano e la possibilità di recuperare la morosità viene limitata a due volte in quattro anni, in un contesto in cui gli affitti crescono e i salari restano fermi.
La parte più inquietante del DDL riguarda però la possibilità che “enti” accreditati dal Ministero possano sostituire l’ufficiale giudiziario nelle operazioni di rilascio.
Si introduce così un elemento di privatizzazione dell’esecuzione che consideriamo gravissimo: funzioni pubbliche, delicate e ad alto impatto sociale, potrebbero essere svolte da soggetti esterni, non pubblici e non imparziali.
È una scelta che apre scenari pericolosi e che rischia di trasformare un atto dello Stato in un intervento privatizzato, con modalità che nulla hanno a che vedere con la garanzia pubblica e con la tutela dei diritti.
Una macelleria sociale prodotta dal DDL che ricadrà sui Comuni, che si troveranno con il “cerino in mano”: senza strumenti, senza risorse e senza politiche abitative.
I Comuni saranno chiamati a gestire l’impatto sociale degli sfratti senza avere né alloggi né fondi, con il rischio di un aumento esponenziale delle situazioni di emergenza.
L’assenza di misure di sostegno per le famiglie in difficoltà, unita alla crescita dei canoni e alla precarietà lavorativa diffusa, rende già oggi la precarietà abitativa insostenibile a livello sociale.
In questo quadro, il DDL non solo accelera gli sfratti, ma smantella le tutele minime che garantivano un equilibrio tra le parti.
Non possiamo inoltre non chiederci se questo provvedimento sia costituzionale, visto lo sbilanciamento che produce a sfavore delle famiglie in difficoltà, aggravato dalla mancanza di alcuna misura di compensazione.
Questo impianto rappresenta una vera e propria “caccia al povero”, un attacco frontale alle fasce più fragili della popolazione.
Serve una grande mobilitazione unitaria, una opposizione sociale e democratica contro un provvedimento profondamente iniquo e pericoloso per le conseguenze che provocherà nella coesione sociale.
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