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Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva

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Via libera al ddl che adotta la definizione IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo

Il Senato ha compiuto un passo che rischia di segnare profondamente il dibattito pubblico in Italia sul conflitto israelo-palestinese. Con il voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, Palazzo Madama ha aperto la strada all’adozione della definizione proposta dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Una definizione che da anni è al centro di forti critiche perché tende a confondere l’antisemitismo – cioè l’odio razziale contro gli ebrei – con la critica politica allo Stato di Israele e alle sue politiche.

Il punto è esattamente questo. Il rischio denunciato da giuristi, esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani è che la nuova normativa possa trasformarsi in uno strumento per criminalizzare chi denuncia le violazioni del diritto internazionale commesse dal governo israeliano o chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese.

Non si tratta di una polemica marginale. Israele è attualmente sotto indagine presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio e per gravi violazioni del diritto internazionale nella Striscia di Gaza. In questo contesto, l’adozione di una definizione che rischia di assimilare la critica a Israele all’antisemitismo appare, per molti osservatori, come un tentativo di ridefinire i confini del discorso pubblico.

Secondo numerose reti ebraiche antirazziste – tra cui gruppi come Jewish Voice for Peace – la definizione IHRA non rafforza la lotta contro l’antisemitismo ma rischia di essere utilizzata come strumento politico per delegittimare il dissenso.

Il nodo centrale sta proprio nella costruzione di un campo semantico ambiguo. Alcuni esempi contenuti nella definizione IHRA suggeriscono che determinate critiche allo Stato di Israele o al sionismo possano essere considerate manifestazioni di antisemitismo. Una formulazione volutamente elastica che, secondo molti giuristi, può essere facilmente usata per colpire attivisti, docenti, studenti e lavoratori impegnati nelle mobilitazioni per la Palestina.

Non è un caso che negli ultimi mesi proprio le manifestazioni di solidarietà con Gaza siano state al centro di tensioni politiche e tentativi di delegittimazione. Scioperi, cortei e campagne di boicottaggio contro Israele hanno visto una partecipazione significativa di lavoratrici, lavoratori e studenti in tutta Europa. E proprio queste mobilitazioni sembrano essere il vero bersaglio politico del provvedimento.

Se la critica allo Stato di Israele viene assimilata all’antisemitismo, chi denuncia il genocidio in corso a Gaza o chi sostiene il boicottaggio accademico ed economico contro le istituzioni israeliane rischia di essere automaticamente collocato in una zona grigia di sospetto.

Il voto al Senato ha inoltre messo in luce una frattura politica significativa tra le opposizioni. Mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro il provvedimento, il Partito Democratico ha scelto la strada dell’astensione, ma senza una posizione compatta.

Se la maggioranza del gruppo si è astenuta, sei senatori dem hanno votato a favore della legge. Una divisione che riflette il conflitto interno tra chi considera la definizione IHRA un riferimento internazionale necessario e chi invece teme che possa trasformarsi in uno strumento di limitazione della libertà di espressione.

L’astensione, tuttavia, non è una posizione neutrale. Su una legge che riguarda direttamente il rapporto tra lotta al razzismo e libertà di parola, scegliere di non opporsi significa comunque contribuire alla sua approvazione. Ancora di più lo è votare a favore di una norma che molte organizzazioni ebraiche progressiste denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

Il paradosso è evidente: nel tentativo dichiarato di combattere l’antisemitismo, si rischia di costruire un dispositivo che restringe lo spazio del dibattito democratico su Israele e Palestina.

Combattere l’antisemitismo è una necessità storica e morale. Ma proprio per questo non può essere confuso con la difesa politica di uno Stato o con la legittimazione delle sue politiche. Quando le due cose vengono sovrapposte, il rischio è duplice: banalizzare l’antisemitismo reale e delegittimare le critiche a un governo.

L’iter parlamentare del disegno di legge non è ancora concluso. Ci saranno altri passaggi istituzionali prima dell’approvazione definitiva. Ed è proprio in questa fase che si giocherà la partita decisiva.

La posta in gioco è chiara: stabilire se in Italia sarà ancora possibile criticare le politiche dello Stato di Israele, sostenere il boicottaggio internazionale o denunciare il genocidio in corso a Gaza senza essere accusati di antisemitismo.

Perché dietro questa legge non c’è soltanto una discussione giuridica. C’è una battaglia politica e culturale su cosa significhi oggi difendere i diritti umani e su chi abbia il diritto di parlare, protestare e prendere posizione di fronte a una delle tragedie più drammatiche del nostro tempo.

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