Non è l’aria a farsi rarefatta qui (si arriva a mille metri scarsi di altitudine…) ma l’atmosfera emotiva.
Percorrere la statale 65 che si snoda nella foresta appenninica, infilare i suoi sinuosi tornanti, respirare quell’attesa che si scioglie non appena ci arrivi: c’è qualcosa di implacabile nel tornarci, anno dopo anno; come un richiamo di sirene ma senza nessun equipaggio che ti leghi all’albero di maestra.
Eppure, non si tratta di ripetizione, di secondo atto o di completare un quadro - non soltanto almeno - ma è piuttosto un nostos, quel ritorno che serve ad aggiungere uno strato, un’esperienza e un richiamo.
Questo fa archiviozeta ogni estate al Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa: ci chiede un nuovo corpo a corpo con la letteratura del Novecento ma, invece di guarirci con approcci consolatori, ci porta a partecipare; e chissà che una qualche catarsi, alla fine, non si consumi davvero.
Così, su quel poggio tra Toscana ed Emilia-Romagna dove trentamila lapidi custodiscono nomi e cognomi di giovani mandati a morire per conto di una macchina totalitaria, stiamo per concludere il viaggio dentro il Processo di Kafka, per completare il dibattimento e accompagnare Josef K. - e noi con lui - fino in fondo all’abisso.
Che il cerchio dovesse chiudersi era chiaro fin dall’anno scorso, quando la prima parte dello spettacolo - sold-out, segno inequivocabile che qualcosa di necessario stava accadendo - aveva rivelato al pubblico come la compagnia di Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti avesse trovato nel romanzo kafkiano l’erede naturale della Montagna Incantata di Thomas Mann, con la quale avevano vissuto quattro anni sul Berghof immaginario della Futa.

Scendere da quella montagna era già stato un primo atto di coraggio, o forse di necessità: il Novecento chiama i suoi testimoni uno dopo l’altro, e Kafka - con il suo romanzo incompiuto del 1914, pubblicato postumo solo nel 1925 grazie alla disobbedienza luminosa di Max Brod - non poteva aspettare ancora.
La seconda parte ha debuttato pochi gionri fa, sabato 25 luglio, e andrà in scena fino al 23 agosto, insieme a repliche della prima, offrendo al pubblico la possibilità di assistere all’intero arco narrativo - un’esperienza di visione spezzata in due giornate, come si conviene a un romanzo che è esso stesso frammentato, interrotto, sospeso sulla soglia di una sentenza che non arriva mai con le parole della giustizia ma solo con il gesto brutale della sua esecuzione.
Resta la scelta drammaturgica che era già il cuore pulsante della prima parte: l’identità di Josef K. non è fissa, non appartiene a un solo corpo. Slitta da un attore all’altro - Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni - come se il protagonista fosse una condizione più che una persona, uno stato dell’essere che può abitare chiunque si trovi di fronte all’incomprensibile burocrazia del potere. Sette corpi, come in una deposizione - e il termine non è casuale in un luogo che è esso stesso un deposito di corpi, di storie, di colpe collettive.

Ed è qui che la seconda parte promette di andare ancora più a fondo. Se la prima aveva messo in scena l’arresto, lo stupore, la discesa nelle spire di un procedimento senza logica apparente, adesso si tratta di toccare il fondo della consapevolezza: la legge, spiega Enrica Sangiovanni, non sta tra gli uomini, è qualcosa di inaccessibile per definizione. La colpa di K. si rivela, nella sua ultimissima forma, la più universale e la più insostenibile: è la colpa di essere in tutto e per tutto un essere umano. La colpa di essere nati. Non c’è alibi che tenga, non c’è innocenza possibile, non c’è tribunale che possa assolvere da questa condizione originaria.
Kafka, ricorda Guidotti, non inseguiva l’attualità: mentre scoppiava la Prima guerra mondiale, si rifugiava in una sorta di autoreclusione impiegatizia. Eppure, ha prefigurato tutto. E quello che la compagnia porta in scena sulla Futa non è un esercizio di filologia letteraria ma un atto di lettura del presente: il personaggio che finisce come un cane, ucciso da un fantomatico Stato totalitario, non è una metafora astratta ma un’immagine che risuona con inquietante precisione nelle violenze di oggi, nei processi senza difesa, nelle identità cancellate, nelle morti per strada per mano di chi la vita dei cittadini dovrebbe custodirla...
Il rito ritorna su sé stesso, dunque, e si compie. Come accade dall’ormai lontanissimo 2003 - più di vent’anni di teatro al cimitero militare germanico - gli spettatori salgono in silenzio i gradini del sacrario, si siedono tra le pietre, e il cielo dell’Appennino fa il resto: effetti speciali che nessuna tecnologia potrebbe eguagliare, tramonti sempre diversi, vento che porta via le parole o le amplifica a seconda di come soffia. Il teatro di archiviozeta non può esistere altrove. Appartiene a quel luogo come le lapidi appartengono alla pietra.
Chi ha visto la prima parte ha già il suo segno di riconoscimento - l’adesivo con la "K", quella "K" che corregge l’originario “ich” kafkiano e ci convoca tutti sul banco degli imputati.
Perché nessun atto va perduto, il tribunale non dimentica nulla: lo dice Kafka, lo ribadisce archiviozeta, e ormai lo sappiamo anche noi.
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crediti fotografici: Franco Guardascione
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