L’ultima zingarata
Cortometraggio.
Da un’idea di Francesco Conforti, per la regia di Federico Micali.
Con Mario Monicelli, Gastone Moschin e la città di Firenze.
Presentato in anteprima al Lido di Venezia, Villa degli Autori, 3 settembre 2010.
In punta di piedi, con riguardo misto a uno spiritoso tocco di timor reverenziale. Sono i sette minuti del cortometraggio di Federico Micali dedicato al primo svolgimento della saga di Amici Miei. L’ultima zingarata non è un’opera originale dedicata al capolavoro di Monicelli, ma un omaggio, un inchino di fronte al prodigio; insomma, una dimostrazione di sincera gratitudine verso quel ruggito postumo di un’epoca fertilissima che era stata quella della commedia all’italiana, quel momento di nitore radioso che già negli anni ’70 sembrava esaurirsi dinnanzi all’incedere opprimente di un cinema da operetta, se non da avanspettacolo.
Un omaggio, sì, ma con la scanzonata voglia di una città, corsa in massa nel giugno scorso nella fiorentinissima piazza di Santo Spirito, di essere testimone e protagonista di un pezzo della sua storia. In quel fiume di gente che scorre dietro al feretro di Giorgio Perozzi, zingaro di giorno, cronista di notte, c’è la voglia di riscossa della nostra audacia adolescenziale, ma anche un senso di solidarietà verso un film che fa parte di una memoria collettiva e che qualcuno vorrebbe svilire con improponibili prequel di sudicio stampo commerciale.
Nel riso, insomma, c’è una punta di commozione, di nostalgia, incarnata dalle apparizioni dal sapore melodico di Mario Monicelli e Gastone Moschin, i superstiti, sempre in prima fila per piangere e per ridere, per mescolare tragedia e commedia come nella migliore tradizione del nostro cinema.
Presentata a margine del recente Festival di Venezia, L’ultima zingarata è stata l’occasione di uno zibaldone, in perfetto stile ‘amici miei’, che ha lasciato a bocca aperta tutto il Lido. Il corteo festoso attorno al feretro del povero Perozzi, con i travestiti del Circo Nero e con qualche centinaia delle comparse del cortometraggio, si è pure permesso di proporre un nuovo modello di manifestazione: macché scontri, macché testuggini, per sfondare i cordoni della polizia, basta lasciarla a bocca spalancata a ammirare cosce vertiginose e natiche semiscoperte da funambolici arredamenti corporei. Così il corteo, col buon Perozzi al centro, si è pure preso l’onere e l’onore (ma più che altro l’onore) di calamitare tutte per sé le macchine fotografiche e le telecamere assiepate davanti al red carpet del Casinò. Con buona pace delle starlet lasciate a bocca asciutta e senza prima pagina.
Del resto, il riguardo pudico verso il capolavoro di Monicelli si è squagliato con gli applausi che hanno accolto la proiezione: da zingari navigati, i festanti si son lasciati presto andare a un baccanale di balli, di alcol, di spogliarelli, di acrobazie e di reciproche contorsioni da fare impallidire i gendarmi e da far arrossire il già rossissimo Casinò. Perché se c’è una cosa su cui Federico Micali e Francesco Conforti hanno torto di sicuro è che questa zingarata non sarà certo l’ultima.
Giulio Gori
Cortometraggio.
Da un’idea di Francesco Conforti, per la regia di Federico Micali.
Con Mario Monicelli, Gastone Moschin e la città di Firenze.
Presentato in anteprima al Lido di Venezia, Villa degli Autori, 3 settembre 2010.
In punta di piedi, con riguardo misto a uno spiritoso tocco di timor reverenziale. Sono i sette minuti del cortometraggio di Federico Micali dedicato al primo svolgimento della saga di Amici Miei. L’ultima zingarata non è un’opera originale dedicata al capolavoro di Monicelli, ma un omaggio, un inchino di fronte al prodigio; insomma, una dimostrazione di sincera gratitudine verso quel ruggito postumo di un’epoca fertilissima che era stata quella della commedia all’italiana, quel momento di nitore radioso che già negli anni ’70 sembrava esaurirsi dinnanzi all’incedere opprimente di un cinema da operetta, se non da avanspettacolo.
Un omaggio, sì, ma con la scanzonata voglia di una città, corsa in massa nel giugno scorso nella fiorentinissima piazza di Santo Spirito, di essere testimone e protagonista di un pezzo della sua storia. In quel fiume di gente che scorre dietro al feretro di Giorgio Perozzi, zingaro di giorno, cronista di notte, c’è la voglia di riscossa della nostra audacia adolescenziale, ma anche un senso di solidarietà verso un film che fa parte di una memoria collettiva e che qualcuno vorrebbe svilire con improponibili prequel di sudicio stampo commerciale.
Nel riso, insomma, c’è una punta di commozione, di nostalgia, incarnata dalle apparizioni dal sapore melodico di Mario Monicelli e Gastone Moschin, i superstiti, sempre in prima fila per piangere e per ridere, per mescolare tragedia e commedia come nella migliore tradizione del nostro cinema.
Presentata a margine del recente Festival di Venezia, L’ultima zingarata è stata l’occasione di uno zibaldone, in perfetto stile ‘amici miei’, che ha lasciato a bocca aperta tutto il Lido. Il corteo festoso attorno al feretro del povero Perozzi, con i travestiti del Circo Nero e con qualche centinaia delle comparse del cortometraggio, si è pure permesso di proporre un nuovo modello di manifestazione: macché scontri, macché testuggini, per sfondare i cordoni della polizia, basta lasciarla a bocca spalancata a ammirare cosce vertiginose e natiche semiscoperte da funambolici arredamenti corporei. Così il corteo, col buon Perozzi al centro, si è pure preso l’onere e l’onore (ma più che altro l’onore) di calamitare tutte per sé le macchine fotografiche e le telecamere assiepate davanti al red carpet del Casinò. Con buona pace delle starlet lasciate a bocca asciutta e senza prima pagina.
Del resto, il riguardo pudico verso il capolavoro di Monicelli si è squagliato con gli applausi che hanno accolto la proiezione: da zingari navigati, i festanti si son lasciati presto andare a un baccanale di balli, di alcol, di spogliarelli, di acrobazie e di reciproche contorsioni da fare impallidire i gendarmi e da far arrossire il già rossissimo Casinò. Perché se c’è una cosa su cui Federico Micali e Francesco Conforti hanno torto di sicuro è che questa zingarata non sarà certo l’ultima.
Giulio Gori
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