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Teatro: I pugni in tasca

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I PUGNI IN TASCA

di Marco Bellocchio. regia Stefania De Santis


con Ambra Angiolini, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Aglaia Mora, Fabrizio Rongione, Giulia Weber.
Scena di Daniele Spisa
, musiche Ennio Morricone, costumi Giorgio Armani, luci Loïc Hamelin.

Teatro della Pergola


Claustrofobia, noia, assenza di sentimenti, follia, violenza cieca. In questa riduzione teatrale del celebre esordio cinematografico di Marco Bellocchio, i moventi sono incastrati in un curioso gioco geometrico di quadrati e di cerchi che contribuisce a costruire una impeccabile unità di luogo, incorniciata in un atto unico assai serrato. La vicenda è nota, Alessandro, un giovane esaltato e epilettico e stupido, uccide la madre cieca e il fratello demente, prima di finire ucciso lui stesso dalla malattia; ma soprattutto dall’indifferenza, dall’assenza di sentimenti.
Il meccanismo, grazie anche a tempi serrati, che ne fanno uno spettacolo compatto e per nulla sfilacciato, funziona. E funziona, grazie alle splendide musiche, e pure per merito delle buone interpretazioni degli attori, con le ottime prove di Giulia Weber, Giovanni Calcagno e Pier Giorgio Bellocchio, malgrado la serata non eccellente di Fabrizio Rongione.
Quel che è assente da questo film, e lo ammette lo stesso Bellocchio nelle note di regia, è quel contesto storico in cui (e di cui) costituì una feroce premonizione. «I pugni in tasca» uscì nel 1965 e la sua forza ulteriore risiedé nella capacità di anticipare lo scardinamento del concetto di famiglia della cultura post sessantottina. Per quanto anche il film, come la pièce teatrale, insistesse in un’unità di luogo, in uno spazio chiuso e angosciante, i gesti omicidi di Alessandro assumevano loro malgrado valore sociale e andavano a ferire le coscienze nel punto esatto in cui, senza ancora saperlo, senza ancora averlo razionalizzato e politicizzato, erano aperte ad essere penetrate. Oggi, la follia di Alessandro è solo «un dramma della sopravvivenza in una famiglia dove l’amore è del tutto assente»; al massimo, volendo abbandonarsi all’ottimismo, potrebbe esser preso come un atto estetizzante, l’ultima trovata raffinata e esotica di un Des Esseintes di huysmansiana memoria, nulla più. Segno dei tempi.

Giulio Gori

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 29 Gennaio 2011 19:35 )  

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