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Il congo dei bimbi soldato

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Ma non erano tutti morti?
di Raffaele K. Salinari Terres des Hommes
[24 Marzo 2010]

tratto da: http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/africa/19317

La guerra nel Grandi Laghi si è conclusa un anno fa, ma migliaia di bambini soldato cercano ancora rifugio e cure. Nel nuovo numero di Carta un reportage dalla Repubblica democratica del Congo. Qui di seguito, un articolo di uno dei più attenti studiosi di cooperazione, tra i promotori della campagna internazionale «Stop using child soldiers»

Mentre la comunità internazionale si avvia a riconoscere il fallimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio nel loro decennale, e la crisi economica mondiale miete vittime a tutte le latitudini, le industrie belliche trovano il loro ennesimo tornaconto armando le guerriglie che, per interposta multinazionale, si contendono i miseri diritti di sfruttamento dei ricchi giacimenti di materie prime. Tra le zone più instabili e dimenticate del pianeta, salvo a dover intervenire con gli aiuti umanitari in caso si dovesse per un qualche momento stabilizzare la situazione in attesa di mettersi d'accordo sul come svuotare il sottosuolo, c'è il Congo, una volta Zaire; un immenso territorio di due milioni e mezzo di chilometri quadrati, uno «scandalo geologico» che, da sempre, fa gola a molti. Ancora oggi, in questo paese, il fenomeno dei bambini soldato annovera miglia di piccole unità combattenti.

Esiste dunque evidentemente un punto di convergenza tra la crisi internazionale e il fatto che la maggior parte degli eserciti irregolari che si combattono in Congo, e che l'iniziativa politico-militare europea e statunitense dice, da almeno dieci anni, di voler disarmare. Un aspetto interessante, diciamo così, di questa ipocrisia internazionale, riguarda il nostro Pese poiché i bambini-soldato congolesi utilizzano proprio le armi automatiche prodotte in Italia e, oramai da qualche anno, più liberamente trafficabili. Non è quindi un caso che le debolezze della costruzione europea, in particolare in materia di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai paesi poveri, sia provocata nei fatti duri della politica reale, da arretramenti culturale e politici come quello che viviamo in Italia, uno dei paesi attualmente più critici sulla possibilità che l'Europa di domani esprima un'anima sociale sia in politica interna che estera.

Ma questa non è la sola, palese, contraddizione tra una politica estera di pace annunciata e una realtà tutto a fatto diversa per via degli interessi che le stanno dietro. Tutti i paesi europei infatti, compreso il nostro, hanno da tempo firmato il protocollo che prevede l'obbligo dei diciotto anni per la leva obbligatoria, onorando uno dei capisaldi che la Convenzione contro l'uso dei bambini soldato propone. Benissimo, solo che in Italia questo obbligo non viene considerato per la leva volontaria, ancora possibile a sedici anni, e quindi per il reale nucleo dell'esercito che verrà, evenienza che, unita all'abolizione della 185 sull'esportazione delle armi leggere, mette il nostro paese non solo tra quanti rendono molto più difficile lo smantellamento dei piccoli soldati africani armati della nostre Beretta, ma probabilmente invieranno a loro volta bambini soldato. Incredibile ma vero.

Al momento non sappiamo se mai l'Italia parteciperà al contingente di pace nella Repubblica democratica del Congo ma, se cosi dovesse essere, sarebbe opportuno avviare da subito un monitoraggio per rilevare sia quante delle armi leggere in possesso degli eserciti bambini provengono dal nostro paese, sia l'età dei nostri soldati, tanto per far capire all'opinione pubblica e a quanti tra i politici della passata legislatura che hanno piantato i semi per questa aberrazione, come stanno realmente le cose.

Ai bambini soldato e alla situazione del Congo, dimenticato dai grandi media, sono dedicati la copertina e un reportage del numero di Carta nelle edicole di tutta Italia dal 26 marzo.

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