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Dialoghi Mediterranei » Dogon, magia di un popolo oggi in pericolo

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Dogon, magia di un popolo oggi in pericolo
istitutoeuroarabo.it/DM/dogon-magia-di-un-popolo-oggi-in-pericolo/print/ Posted By Comitato di Redazione On 1 luglio 2021 @ 00:11 In Cultura,Immagini
 
Una lunga storia mi lega a tanti popoli sconosciuti: ho avuto la fortuna di andare in Mali e di poter visitare alcuni villaggi del popolo Dogon, ai piedi di Bandiagara: una falesia importante di formazione rocciosa sedimentaria che si eleva a circa 500 metri sul livello sabbioso sottostante. Si estende da sud verso nordest per circa 200 Km, sino al massiccio Grandamia e termina con l’Hombori Tondo, che è il picco più alto del Mali (1.115 m.).
Un territorio famoso per la sua rilevanza geografica,etnologica, archeologica e orografica. La geomorfologia del territorio è spettacolare, i cieli spaziano e le nuvole corrono. Secondo alcuni dati, la gente Dogon è stimata circa 240 mila persone, tra cui pochi uomini ma tante donne, vecchi e bambini sparsi in circa settanta piccoli insediamenti.
Fotografare in quei luoghi ha risvegliato molti sensi: è stato un impatto travolgente, un incontro tra culture.Siamo entrati nella loro riserva con un carro guidato da due buoi, dalle corna lunghe. Mi sentivo una regina, in quanto gli uomini procedevano a piedi dietro al carro. Era appena piovuto e nelle pozze d’acqua si specchiavano case fatte a mano con il fango, con in cima tante merlature. Nel primo villaggio visitato ci ospitarono a dormire sul tetto. Una notte chiara e piena di stelle.
La mattina all’alba una colazione con tanta frutta per poi proseguire nel villaggio seguente e così via camminando da mattina a sera. Si saliva e si scendeva la Falesia dove piccole costruzioni su trampoli di legno si ergevano in modo precario e all’interno c’erano ancora gli utensili dei loro antenati.
 
Come fermi nel tempo: uomini, donne e bambini, vestiti in modo molto colorato e vivace, si avvicinavano per chiederci i semi di “Cola” ed offrirci le loro collanine. Non esiste la moneta ma il baratto, e la Cola è l’unica moneta di scambio.
Sentirsi sospesi tra cielo e terra era una sensazione quasi mistica. Ci esprimevamoa gesti e mangiavamo quello che loro preparavano. La gallina era utile non solo da consumare ma anche per predire il futuro che era quasi sempre nefasto.
In antichi agglomerati rurali ancora aggrappati tra le rocce, le piccole comunità abitano in capanne costruite con la paglia e la terra rossa, senza luce e senza acqua,vivono con grande dignità coltivando la loro indipendenza sociale e le loro credenze animistiche.
La presenza di mitologie ha reso leggendari i Dogon, famosi per aver mantenuto le loro credenze“animiste” che si esprimono in momenti esaltanti,attraverso danze propiziatorie e riti di passaggio caratterizzati dalla presenza di maschere, copricapi esculture lignee. È usuale durante le cerimonie l’assunzione di cola ed altre sostanze.
Il corpo umano è il segno grafico più rappresentativo sia nella pianta del villaggio che nelle sculture lignee, fino alla porta scolpita che racconta la storia di chi vi abita. La festa più importante è il Sigui, che si svolge ogni sessanta anni, durante la quale viene intagliato un nuovo iminana: una grande maschera a forma diserpente che può raggiungere anche i dieci metri. Lemaschere sono l’elemento di comunicazione tra il sacroe il profano e vengono usate soprattutto in occasionedell’accompagnamento del defunto che viene poiportato dai giovani sulla “montagna” in zone nonraggiungibili. Ancora oggi i Dogon usano le grotte dei Tellem come luoghi di sepoltura.
 
Il Dio d’Acqua dell’antropologo Griaule ha fatto conoscere all’Occidente i Dogon, il loro pensiero, la loro scienza organizzata che evidenzia il rapporto tra sistema mitico,cosmologia e vita sociale.
Ma oggi sui Dogon incombe una minaccia terribile, quella dell’Isis, e la loro sopravvivenza è a rischio nella indifferenza della comunità internazionale. I piccoli villaggi vengono attaccati ogni giorno, case e mercati dati in fiamme, donne, anziani e bambini uccisi in modo efferato. I Dogon hanno iniziato a scappare rifugiandosi a migliaia nei campi profughi più vicini.
La razzìa di bestiame continua in modo da tagliare loro le risorse. L’area è interdetta ai giornalisti, e nemici come i Fulan e l’Isis imperversano senza nessuno che li ostacoli. L’unica strada è chiusa dai militari che non fanno passare nessuno se non con permessi speciali. Achi è stato in quelle zone arrivano messaggi e fotografie raccapriccianti scattate con i cellulari, in cui si vedono villaggi ridotti in cenere disseminati di cadaveri. Si tratta di una pulizia etnica, se non di un vero e proprio genocidio.
In Mali sono presenti circa 15 mila caschi blu dell’Onu; due missioni militari dell’e Europea ed un contingente di soldati francesi della Operation Berkhane.
Tuttavia questi contingenti sono tutti impegnati a nord e nessuno aiuta i Dogon. Ultimamente lo sconvolgimento climatico ha reso più acuta e grave la siccità e ciò ha contribuito a determinare una acerrima lotta per il controllo delle terre da pascolo tra i Dogon e i Peul o Fulani che vengono arruolati dalla Jihad. Questetensioni, più o meno endemiche tra villaggio e villaggio e tra allevatori e coltivatori, sono diventate una variabile impazzita che da un decennio si è trasformata in una guerra intestina. Mi domando cosa fare per salvarli.
 
Silvana Grippi
 
Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 17 Settembre 2026 11:16 )  

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