Non accenna a farsi più morbida la risposta riservata dal governo alle proteste in atto in Bahrain. Negli ultimi due mesi il piccolo arcipelago del Golfo Persico è stato teatro di una sollevazione sciita (confessione cui fa riferimento circa il 70% della popolazione), volta ad ottenere maggiori garanzie democratiche dalla minoranza sunnita che da secoli governa il paese. La dinastia Khalifa si è distinta fino a questo momento per una repressione oltremodo brutale degli insorti: ha rifiutato di riconoscere le ragioni della protesta - attribuendo all’influenza iraniana l’origine dei disordini - ha imposto la legge marziale e ha sollecitato a propria tutela l’intervento delle truppe del Consiglio di Cooperazione del Golfo, alleanza militare guidata dai sauditi (a loro volta preoccupati che la protesta sciita possa estendersi al loro territorio). Ibrahim Mattar, membro di Welfaq (uno dei maggiori partiti di opposizione), riferisce che dall’inizio delle sollevazioni popolari sono state uccise 29 persone, di cui 6 non sciiti e ben due stranieri, provenienti rispettivamente da India e Bangladesh. Le statistiche parlano di circa 500 arresti, ma secondo Mattar il numero dei detenuti sarebbe almeno di 650. Sabato le forze di polizia hanno prelevato nella sua abitazione l’avvocato Mohammed al-Tajer. Il legale rappresentava Hassan Mushaimaa - leader del partito di opposizione sciita Haq - rientrato recentemente dall’esilio londinese e a sua volta incarcerato il mese scorso. Al momento anche due medici sarebbero detenuti nelle prigioni governative. Secondo Mattar tali azioni sono volte ad intimidire le categorie professionali, scoraggiandole dal collaborare con gli insorti. Sempre nella giornata di sabato è stato arrestato l’atleta Tareq al-Fursani, medaglia d’oro per il body-building in numerosi campionati asiatici. In segno di protesta contro le numerose violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo, i rappresentanti di Welfaq in parlamento hanno rassegnato le proprie dimissioni. Del resto, l’istituzione parlamentare ha ben poca rilevanza nel quadro della costituzione Bahraina; inoltre il governo aveva già annunciato l’intenzione di procedere allo scioglimento dei partiti di opposizione. Welfaq, che alle ultime elezioni aveva guadagnato ben 18 rappresentanti su un totale di 40 seggi, promuove il passaggio ad una forma di monarchia concretamente costituzionale, senza tuttavia allinearsi alle posizioni minoritarie che, all’interno del movimento rivoluzionario, auspicano la fine della dinastia Kahlifa. I leader bahraini si stanno dimostrando altrettanto refrattari al dialogo rispetto al colonnello Gheddafi, eppure alla tragedia in corso nel paese viene dedicata scarsa copertura giornalistica. In questo contesto, stupisce il silenzio della comunità internazionale. Ricordiamo che il paese, assieme all’Arabia Saudita, costituisce uno dei maggiori alleati degli Stati Uniti nella regione del Golfo, ospitando addirittura la Quinta Flotta statunitense (fonti: Reuters, Al Jazeera).
Federico Fragasso
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