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Teatro: La Tempesta

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LA TEMPESTA

di William Shakespeare. Adattamento e regia di Andrea De Rosa

con Umberto Orsini, Flavio Bonacci, Rino Cassano, Francesco Feletti, Carmine Paternoster, Rolando Ravello, Enzo Salomone, Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano.
Spazio scenico Alessandro Ciammarughi, Andrea De Rosa, Pasquale Mari. Scene e costumi Alessandro Ciammarughi. Luci Pasquale Mari. Suono Hubert Westkemper. Musica Giorgio Mellone.

Teatro della Pergola, Firenze


C’è un filo rosso sotteso alla poetica shakespeariana che indugia sulla necessità dell’uomo di ritrovare, in un percorso spesso doloroso e fitto di ostacoli, la propria sincera umanità. La Tempesta è senza dubbio l’opera che più di ogni altra rende palese questo dissidio, risolvendolo infine in uno straordinario momento di ritrovata concordia tra gli uomini. L’isola del naufragio è Utopia, è il luogo dove la magia, la vera magia, non è l’arte divinatoria di Prospero e Ariel, ma piuttosto la capacità di ritrovare la pace, la razionalità, quale essenza più alta del percorso umano.
Shakespeare è autore complesso, violentemente contraddittorio, che tramuta il proprio teatro in un coacervo di passioni, di sentimenti, di sogni, ma anche di ragione. E in questa eterna lotta tra la ragione e il sentimento, malgrado la spontanea simpatia per tutto ciò che nasca dallo stomaco e dal cuore di ogni uomo, lo scrittore inglese guarda alla capacità di discernere, alla saggezza, come all’obiettivo ultimo cui ciascuno di noi, suoi spettatori, dovremmo tendere.
E’ autore politico, Shakespeare, rivoluzionario, spesso incline a ricordare all’umanità che il fine ultimo di un’esistenza sta nel defenestrare il potere, nel detronizzare i re; e, tuttavia, è capace di cogliere che il dolore e il rancore, per quanto giustificati siano, non possono essere mai riscattati del tutto. E’ l’infinita distanza tra la giustizia e la vendetta, tra il riparare e il restituire.
«Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni. E nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita». Ed è appunto questa nostra inevitabile provvisorietà a costringerci a tentare di dominare quel sogno, a cercare il riscatto malgrado la miseria della nostra condizione. Umberto Orsini, per questo, delinea un Prospero vecchio, dimesso, rancoroso, raccolto in un impermeabile logoro, mentre scruta quasi costantemente dal palcoscenico lo spettacolo delle marionette dominate dai fili della sue arti magiche. Non c’è in lui l’orgasmo del potere, non c’è in lui lo spettacolo pirotecnico e variopinto del testo elisabettiano. No, perché il suo Prospero, sotto le righe, piegato, vive quel sogno come fosse un incubo, dominato da uno scenario apocalittico fatto di suoni assordanti e di movimenti rapidissimi dalla graticcia.
Di fronte a questo vecchio torvo si sviluppano amori dolcissimi (come nello strabiliante dialogo, tra sussurri e sospiri, tra Miranda e Ferdinando), si dispiegano dolori strazianti, si mescolano ricerca e smarrimento. Di fronte a lui, malgrado tutto, c’è umanità. E per quanto Prospero guardi gli uomini di fronte a sé con un legittimo senso di superiorità, poco a poco svela a se stesso la miseria della prigione cui è stato costretto, ma che in fondo anche lui ha permesso che prendesse corpo. Destino che, del resto, condivide con un Ariel, qui insolitamente invecchiato e schivo, spossato da un lungo e inappagato anelito di libertà.
Orsini e De Rosa mettono in scena una Tempesta compatta, raccolta in un unico atto e implosa in una magistrale unità di luogo. Lavorando sapientemente sulle contraddizioni estetiche tra le sfumature del Kammerspiel e i chiaroscuri espressionisti, sfrondano il superfluo e partoriscono un’opera di altissima tenuta stilistica che, rapisce, spaventa, diverte e commuove. Come in una notte in cui la mente viaggia tra sogno e incubo e poi torna a svegliarsi per riveder la luce.

Giulio Gori

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 17 Dicembre 2010 16:48 )  

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