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Note su Viola di MAre

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Punto di (s)vista

LA DOPPIA VITA DI ANGELA

Note su “Viola di mare” di Donatella Maiorca

  

Case come grotte, come insidiosi labirinti onirici anneriti dalla malvagità e da turpi segreti familiari, come antri affumicati, pregni del silenzio di generazioni di donne asservite, dove regna la volontà empia di un Padre/Urano che con brutalità cerca di “raddrizzare” la figlia storta, selvatica, ribelle, fiera. Una figlia con le formiche dell’inquietudine che si muovono sotto la pelle, invano minacciata, percossa, insultata, sottoposta ai sortilegi di una vecchia fattucchiera.

Angela trova il proprio respiro percorrendo le montagne brulle, punteggiate qua e là di vegetazione bassa, e le rive sassose del mare. La fotografia dà al paesaggio i toni della leggenda (a momenti della fiaba più o meno scellerata), dell’atemporalità, rendendo in questo modo la vicenda archetipica. Si susseguono ulivi scheletriti immersi nell’acqua, bianche trombe d’aria vorticanti sull’azzurro pallido del mare, venti “romantici” alla Emily Bronte, piogge battenti, fango che si insinua nelle fenditure dei pozzi-prigione.

Quando torna in paese Sara, l’amica d’infanzia sempre attesa, radiosa come una “madonnuzza” biancovestita, in Angela deflagra rapidamente la passione. Ne divora la figura con occhi illuni di predatore famelico (risuonano nella memoria le parole della Lupa verghiana: “Te voglio, te che sei bello” – in questo caso bella – “come il sole”), con occhi di febbre terzana, di terra nera, di onice e ossidiana, di infinita, allucinata dolcezza. Sguardo sconsacrato che scava e avvolge, che rassicura i sussurri allarmati di Sara e ne sbriciola i blandi ammonimenti (“siamo due femmine, non si può, è peccato”). I loro incontri si fanno sempre più frequenti, le mani sciolgono lacci cercando la pelle, il respiro diventa ricamo ondivago, il cuore batte come i tamburi della processione.

Nello scorrere di questo tempo edenico si apre una crepa sinistra quando il padre di Angela decide di “farla zita”. Il rifiuto della figlia, la rivelazione del suo amore per Sara, scatenano la reazione bestiale dell’uomo. Anzi, dell’Uomo, la cui egolatria risulta lesa dall’esistenza molesta di una ragazza che rivendica il diritto di essere considerata individuo e respinge ogni mediazione dell’autorità maschile, anche quella sacerdotale (“voglio leggerli da sola, i comandamenti”).

Angela viene sepolta viva in una fetida cantina, rimane per un tempo indefinito al buio, senza potersi lavare, senza contatti umani se non quello della zia che quotidianamente scende a portarle del cibo.

Neppure questa segregazione riesce a piegarla; per tutto il giorno – e la notte - la casa rimbomba dei colpi con cui, servendosi di un palo, percuote la ribalta della botola.

La soluzione (o meglio il compromesso) è suggerita dalla madre e, dopo un’iniziale, arrogante resistenza, accettata con una sorta di compiacimento dal padre. Se non puoi indurre una donna all’obbedienza in alcun modo e non te la senti di ucciderla, non ti resta che cancellarne l’identità, negarne l’appartenenza al genere femminile operando un’assimilazione forzata al potere degli uomini.

Salvatore, trasformando Angela in Angelo e costringendo l’intera comunità a fingere di credere (con disgusto, disprezzo, rabbia o indifferenza) ad un “errore anagrafico” finalmente sanato, attua una rappresentazione del canone insana ma preferibile (per lui e per tutto il paese) alla verità. Angela/o può così sposare (in chiesa!) l’amata Sara.

Valeria Solarino, che in questo film dispiega un talento immenso ed emozionante, è perfetta nel controllo e nella liberazione degli stati interiori, nel plasmarsi fisicamente intorno alle metamorfosi del personaggio, nel passare dall’ardimento dato ad Angela dalla coscienza della sua natura femminile (vuole essere una donna che ama un’altra donna, non un uomo) alle fragilità, ripulse, goffaggini, sofferenze e insicurezze cui va soggetta vivendo all’interno di una forma estranea (basterebbe confrontare le due diverse camminate del personaggio).

Riesce persino a riscattare e rendere credibile, grazie a un’asciuttezza prodigiosa, la piccola scivolata finale del film nel melodramma, quando il desiderio di maternità conduce Sara a una morte prematura.

Si può fare una piccolissima nota a margine: nel film c’è molto eros, che Donatella Maiorca spoglia di ogni perversione, e viene spontaneo domandarsi chi, anche in questo tempo così oscuro, potrebbe mai sentirsi offeso dalle sequenze in cui le due ragazze si amano con una naturalezza e una felicità commoventi.

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