Ieri al cinema “Portico “ di Firenze è stato presentato il nuovo film di Giulio Manfredonia, ”Si può fare”. La storia è ambientata a Milano, anni '80. Nello è un sindacalista che viene mandato in una cooperativa di ex malati mentali e che, contro il parere degli psichiatri, si batte affinché i ragazzi imparino un mestiere e siano in grado di mantenersi e riappropriarsi della loro dignità. Il film dopo tanti applausi riscossi al Festival di Roma ha avuto altre tanto successo anche a Firenze, sorprendendo gli organizzatori per il numero inaspettato di persone presenti alla prima. In fatti per la proiezione del film era stata scelta la sala più piccola del cinema. Appena iniziata la proiezione è stata interrota da un tecnico che ci informava che per ragioni di sicurezza ci dovevamo spostare in una sala più grande. Dopo pochi minuti ci eravamo spostati tutti, e dopo l’applauso all’“eroe” della serata, l’operatore Ugo, che ha dimostrato che si può fare, il film è cominciato. Montaggio perfetto, fotografia buona dialoghi e storia meravigliosa, che tratta un argomento cosi particolare come la malattia mentale con una chiave semplice e a volte anche comica. Un film che ti strappa le lacrime ma ti fa anche sorridere. Curato in ogni dettaglio.
Alla conclusione del film in sala erano presenti anche il regista G. Manfredonia e l’aiuto regista E. Rigacci, applauditi a lungo dal pubblico che ha apprezzato il loro capolavoro. Anche noi della DEA eravamo lì e siamo riusciti a fare una breve intervista ai due.
G- Come è nata l’idea di “Si può fare”, e com’è poi vederlo realizzato sul grande schermo?
G. M – Sicuramente è stato difficile farlo perche tratta un argomento che non è di moda e non piace molto. Non piace ai politici ed, infatti, non è stato voluto né meno dalla RAI che ha pensato che la follia fosse un argomento un po’ demodé e non lo ha voluto produrre. Fortunatamente abbiamo avuto l’appoggio del ministero la Rizzoli e la Worner che lo distribuisce. L’idea e nata a Fabio (Bonifacci) da un articolo di giornale che parlava di una cooperativa a Pordenone che è nata negli anni 80 dopo la legge Basagllia, una cooperativa che esiste tutt’oggi e che ha fato veramente molto per queste persone. Dopo tanti anni, otto per l’esattezza, Fabio ha pensato di tirarla fuori e cosi è nato il film. La più grande sfida è stata raccontare la normalità di queste persone.
G- La scelta degli attori, tutti bravissimi, e tutti non matti, perché? È difficile lavorare con le persone che hanno questi problemi o semplicemente una scelta morale? Quanto è stato difficile dirigerli e se avete qualche anetodo da raccontarci?
E. R – Anetodi no, ma il lavoro è stato veramente interessante per la preparazione, siamo dovuti entrare dentro al manicomio e andare in centri specializzati, e i nostri attori sono riusciti a tirare fuori una piccola parte “matta” che loro avevano, abbiamo passato mesi in questi centri e questo è anche un po’ il segreto della credibilità di questo film, lo studiare i personaggi. Entrare dentro al personaggio e rendere più credibile e reale la storia.
G. M – Si è vero, è molto difficile per una persona “normale”, la prima volta che la vedi tirare fuori il suo latto non normale. Siamo stati per otto ore per un mese nei manicomi senza fare niente per che i malati fanno questo, niente. E’ un’esperienza! E riguardo al fatto che ho scelto attori veri, si è una scelta morale.
G - E la scelta di Bisio per interpretare Nello?
G.M - E’ un attore, è un cabarettista, a me è capitato spesso di lavorare con i cosiddetti comici e prima di essere comici sono bravi attori. Secondo me è più difficile fare ridere che fare piangere. Bisio è molto simile a Nello, sono scopritori di talenti. Bisio ha letto la parte e l’ha subito capita, non era una parte che cercava la battuta, lui lo ha capito e lo ha fatto molto bene, sono molto contento.
G- Entriamo nella parte tecnica, tanti cambiamenti di immagine un montaggio buonissimo che rende il film vivace e scorrevole.
G.M – Il montaggio non è merito mio, ho ottimi collaboratori.
G – “Si può fare “ è stato considerato il vincitore morale del Festival Internazionale di Roma, e qui mi tocca fare la fastidiosa solita domanda. Come mai non è stato inserito in concorso?
G.M - Non lo so, è come quando ti chiedono:- Come mai non sei stato promosso? Molti come te mi hanno fatto la stessa domanda ma penso che sia meglio cosi invece che il contrario.
G – Passiamo alla scelta della musica, belle. Come mai alcune scene topiche, ha scelto di accompagnarle da una canzone albanese.
G.M. Ah, è albanese? Non lo sapevo. E’ stata scelta perche in alcune scene mi piaceva che non si capissero le parole, ma di che parla?
G - E’ una canzone di pianto…
G. M – Allora è anche azzeccata!
G - Ultima domanda. Come mai avete richiesto per la prima la sala più piccola del cinema, poca fiducia in voi stessi?
G.M – Bè il film come ho già detto tratta un argomento non commerciale e …, si non eravamo preparati a tutto questo pubblico che ringrazio.
G – Grazie e complimenti di nuovo!
Rezarta Selam Eminaj - DEApress
Alla conclusione del film in sala erano presenti anche il regista G. Manfredonia e l’aiuto regista E. Rigacci, applauditi a lungo dal pubblico che ha apprezzato il loro capolavoro. Anche noi della DEA eravamo lì e siamo riusciti a fare una breve intervista ai due.
Rezarta Selam Eminaj - DEApress
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