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Steve McCurry Al Macro di Roma

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Steve McCurry: 200 scatti per 200 storie da raccontare.
Al Macro di Roma una mostra dedicata al maestro della fotografia del nostro tempo.

Fino al 29 aprile 2012 il museo d’arte contemporanea di Roma ospita la mostra fotografica dedicata a Steve McCurry, uno dei più grandi maestri della fotografia moderna.

All’interno degli spazi dell’antico mattatoio ottocentesco, oggi sede del “Macro Testaccio”, in una location suggestiva in cui architettura industriale e design si uniscono in una perfetta sintonia grazie al progetto dell’architetto Fabio Novembre, sono state raccolte oltre 200 fotografie scelte tra i lavori di McCurry.
 

Il risultato è un viaggio affascinante e coinvolgente attraverso popoli e luoghi diversi ma accomunati dalle emozioni e dai sentimenti universali dell’umanità.

 

Processione di monache, Rangoon, Birmania, 1994 - copyright Steve McCurry

"La maggior parte delle mie foto sono radicate nelle persone. Cerco il momento custodito, l'anima essenziale fa capolino e l'esperienza si mostra incisa sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che significa essere quella persona”.

Così il fotografo americano nato a Philadelphia e più volte insignito del premio Word Press Photo Awards, racconta i suoi scatti in cui si concentrano, in un’esplosione di colori,  l’essenza del conflitto e della gioia, componenti intrinseci della storia dell’uomo.

Inviato su molti fronti di guerra, sempre in prima linea per testimoniare gli effetti e le conseguenze dei conflitti in tutto il mondo, Steve McCurry ci restituisce attimi di vita in cui si leggono sentimenti e stati d’animo perché “le persone si dimenticano della macchina fotografica e le loro anime cominciano a librarsi verso di te”.

Le opere esposte all’interno di un allestimento composto da telai a forma di cupole che ricordano la geometria di un villaggio nomade, ci trasportano in un’altra dimensione percettiva in cui siamo in grado di stabilire una connessione empatica con le immagini di quelle persone e di quei volti nonostante ci troviamo in un altro “dove” e “quando”. Entrando all’interno delle “tende” del villaggio ci affacciamo a molteplici e diverse realtà della nostra epoca ed offriamo il nostro sguardo, come attratti da una forza magnetica alla quale non possiamo resistere, a quelle fotografie che per qualche minuto ci costringono a rimanere immobili davanti ai corpi di quegli uomini, donne e bambini, delle loro espressioni e del mondo in cui vivono.

Allestimento - foto di Tommaso Martelli 

Le foto presentate sono state scelte e riunite non con criteri spazio-temporali, ma per assonanza di soggetti e di emozioni, cercando i fili comuni e gli impensabili legami che accomunano luoghi e persone che si trovano a latitudini diverse, dando vita a spazi compenetranti che restituiscono quel senso di umanità che si respira nei lavori di Steve McCurry.

Tra i 200 scatti presentati al “Macro Testaccio” ne ritroviamo alcuni dei più celebri come il ritratto della ragazza afghana dagli occhi verdi diventata icona di uno dei lavori di McCurry sull’Afghanistan ed apparsa sulla copertina della rivista National Geographic. Per la prima volta vengono presentati i lavori più recenti, dal 2009 al 2011; i viaggi in Thailandia e  Birmania; un lavoro inedito su Cuba e una selezione delle sue “fotografie italiane” realizzate appositamente per questo evento in occasione dei 150 anni dall’unità d’Italia.

Elementi imprescindibili di tutti i lavori di McCurry sono i colori che creano affascinanti giochi di armonia cromatica e contrasti come nella fotografia del paesaggio afghano dopo anni di bombardamenti in cui alcuni uomini, tra le rovine di quelle che una volta erano abitazioni e che ora appaiono mutilate nelle loro parti, hanno acceso un falò la cui luce evade dagli spazi ridotti in macerie propagandosi liberamente in tutta la città di Herat, avvolgendola in una calda e tenue atmosfera e come in quella scattata in Birmania in cui il giallo, verde e rosso dei palloni, calciati dalle esili gambe dei giovani giocatori, rappresentano gli unici punti di luce in un paesaggio immerso in una grigia foschia salmastra in cui un’imponente imbarcazione abbandonata si erge dietro i corpi dei bambini che si divertono a correre dietro l’oggetto di quel gioco famoso in ogni angolo del mondo.

E il gioco del calcio ritorna anche in altre fotografie in cui i protagonisti, bambini e ragazzi, si riuniscono in un momento di spensierata genuinità: i ragazzi tibetani si spogliano delle loro rosse tuniche per potersi muovere liberamente; sulla riva della spiaggia di Mangrida in Australia ci si diverte allo stesso modo sotto un cielo cupo e grigiastro, mentre uno di loro si rinfresca con una lattina rossa di “Coke”.

Burma, Febbraio 2011 - copyright Steve McCurry

Punti focali delle fotografia di McCurry sono gli sguardi di quei volti su cui si leggono le esperienze di una vita vissuta, di una vita che ancora deve essere scoperta ma che ha già lasciato i segni negli occhi di quei bambini ai quali la sofferenza e la guerra è stata svelata troppo presto. Occhi pieni di stupore nel piccolo alunno afghano vestito con il suo grembiulino azzurro, curioso di scoprire le cose del mondo;  il profondo sguardo del vecchio monaco tibetano il cui volto, segnato da profonde rughe, custodisce la storia di una vita segnata dal sole e dal freddo delle alte montagne;  il nero ebano degli occhi scintillanti del bambino indiano creano un netto contrasto con il volto colorato di terra rossa in occasione dell’Holi Festival.

Sharbat Gula, ragazza afgana al campo profughi di Nasir Bagh vicino a Peshawar, Pakistan, 1984
copyright Steve McCurry

Sguardi che incrociano e catturano in un istante di carica emotiva i nostri, che ci raccontano qualcosa  lasciandoci intravedere la parte più preziosa di ogni essere umano, l’anima che Steve McCurry riesce a far liberare davanti ad un obiettivo e che lentamente “libra” verso di noi.

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 29 Febbraio 2012 11:45 )  

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