COSA significa essere grandi interpreti oggi non è cosa facile da stabilire, certo è dopo aver sentito Alexander Lonquich si riesce a comprendere cosa vuol dire essere grandi interpreti. E’ successo ancora a Siena per la settimana della Chigi dove il maestro è ospite come docente di musica da camera con pianoforte e come ogni anno si presente con un programma da lasciare stramazzati al suolo per la bellezza. Non esageriamo ma è così, dopo l’integrale beethoveniana del precedente anno oggi al Teatro de’ Rinnovati ha dato una grandissima prova con i due concerti per pianoforte e orchestra di Frederich Chopin, sostenuto dall’orchestra da camera di Mantova, ovviamente da lui concertata e diretta.
Bene, nel caldo torrido del piccolo teatro senese (sicuramente la Chiesa di S. Agostino del precedente anno rendeva meglio anche acusticamente) il volo spiccato da Lonquich ha portato ad alte vette quelle che comunemente noi mortali non sempre riusciamo a toccare se non quando, come nel caso di Siena il pianoforte ci rimanda a mondi lontanissimi (così come piacerebbe a Battiato). Perdersi in questo mare, leopardianamente d’intenti, è stupendo, la perfezione stilistica, il tocco stupendo, rarefatto, eccezionale di Lonquich non è ovviamente eguale ad altri e la sua presenza stilistica si sente a piè sospinto. E’ un verso che parla d’amore, di passione, di drammatica passione, della presenza chopiniana in un’aura che non ha altri riferimenti se non quel suono quasi beethoveniano che riesca ad incidere all’orchestra. Perfetto, sublime, spirituale, Lonquich è a volte ultraterreno, si estranea come i grandi interpreti, viaggia nel suo gesto, risponde al suo comando, s’inerpica in terreni che lascia che arrivino anche al più giovane ascoltatore. Insomma è veramente stupendo ascoltarlo e pochi sono i pianisti come lui che sperimentano sul passato, che provano a dare nuove sonorità a partiture trite e ritrite. Non per niente, fra i suoi bis che ha generosamente concesso, è partito da Gabriel Faurè con la profonda “Pavane” per poi passare al solo pianoforte con un Preludio ancora di Chopin e l’immancabile e amato Schumann della Kresleriana, pagine in cui si coglie lo studio, l’assimilazione e l’analisi, ricerca interiore e trasmissione di un bene così prezioso che pochi sanno dare e non molti sanno recepire.
Marco Ranaldi
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