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La fede ne’ tradimenti

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In un secolo come il nostro, fatto di spostamenti e di disinteressi, provare a riproporre un’opera scritta nel 1701 e poi quasi del tutto dimenticata, è un’operazione che merita grande interesse e soprattutto grande stima. E’ così che Aldo Bennici, direttore artistico della Chigiana, dopo aver commissionato alla Colasanti la sua versione del “Faust” (su testo di Fernando Pessoa) ha  pensato poi bene di fare come ogni anno, dare cioè lustro ad un’opera del passato “La fede ne’ tradimenti” scritta da Attilio Ariosti su libretto del senese Girolamo Gigli che fu rappresentata a Berlino nel 1701 ed ora riproposta al Teatro De’ Rozzi di Siena in una moderna versione curata dall’Akademie fur historische Auffuhrungspraxis di Berlino. Bellissimo lavoro, scritto con una mano felicissima dall’Ariosti, reo di non essere Haendel ma di aver ispirato al compositore Sassone un tipo di scrittura degli “affetti” che è cosa assai rara e di sicuro impatto. Infatti nella sua opera l’Alberti avverte il sentimento comune, lo stravolge e assieme a Gigli riesce a mettere su una storia che è un topos, quello cioè dell’amore condiviso fra spade e spadaccini, dove, fra trucchi, gelosie, morti e resurrezioni, a vincere è sempre l’amore. Ardita scrittura, ardita rivisitazione quindi di un piccolo capolavoro che stravolge l’essenza delle storie di cappa e spada e riconduce tutto al sentimento umano, un po’ come avrebbe poi fatto il Sassone o meglio ancora il divino Bach. Ariosti  è forte di una perfetta scrittura, sa indagare l’animo umano (naturalmente con l’esperienza di uomo del ‘600) e riesce a far arrivare al pubblico contemporaneo, un forte messaggio, fatto si di passioni ma soprattutto d’ironia e di profondità d’intenti. La compagnia voluta per questa ripresa contemporanea è formata da Roberta Invernizzi, soprano di grande duttilità vocale, perfetta nel ruolo di Anagilda, sorella di Garzia re di Navarra intepretato dal basso Johanne Weisser, non eccezionale e indimenticabile come interprete di opera del ‘600; a loro due si sono affiancati la statuaria (in tutti i sensi) Marianne Beate Kielland, mezzosoprano scandinavo che è stata perfetta e coinvolgente nel ruolo di Fernando conte di Castiglia (personaggio en travestì) e da Lucia Cirillo, di lui sorella Elvira, anch’ella in “abito virile”. Fra questo quartetto dove gli spostamenti dei sessi sono all’ordine della storia e della farsa, si muove la macchina teatrale, perfettamente tesa fino alla fine dell’opera, dove il trionfo dell’amore sulla gelosia e quindi sugli spostamenti d’intenti, ha la meglio sulla pochezza del maschio che, forse possiamo dirlo, ne esce veramente male. L’intendo di Alberti e di Gigli era proprio quello di stravolgere, di dare voce alla presenza femminile e di mettere alla berlina la virilità, che foss’anche di un re come Garzia (stilema di 1000 altri re della tragedia e della commedia). Fabio Biondi con i suoi fedeli componenti dell’ensamble Europa Galante, ha reso perfettamente quanto rappresentato, perfetto nei colori, nell’esecuzione e nella scelta dei solisti (anche’egli lo è stato al violino come prassi barocca). La regia essenziale ma forte di Denis Krief ha dato molto alla messa in scena, con i ruoli ben determinati e le luci utilissime ad accompagnare l’ascoltatore nell’intero percorso. Che scrivere ancora: ritornando all’inciso iniziale sarebbe ora che in uno stato di cose comatoso, ci si accorgesse di come nel nostro paese si riescano a fare le cose con grande professionalità e passione, elementi che hanno fatto si che già dall’epoca di Ariosti (e pure prima) la musica italiana fosse più nota all’estero che non nel nostro belpaese.

Marco Ranaldi

 

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