LA MORSA
di Luigi Pirandello. Regia di Arturo Cirillo.
Con Sandro Lombardi, Marta Richeldi, Arturo Cirillo.
Scene Dario Gessati, costumi Giovanna Buzzi, luci Gianni Pollini, suono Antonio Lovato.
Museo del Bargello, Firenze
Infilati dentro teche trasparenti, scheletri di sedie sono immersi in un’acqua sporca e giallastra. E’ la palude della provincia e del conformismo, la palude in cui c’è una malaria molto più temibile di quel parassita che Andrea è stato in grado di sconfiggere: è piuttosto la malattia della severità, quell’incapacità - tutta piccolo borghese - di percepire il pur minimo aspetto della propria esistenza al di fuori da un cupo determinismo, da un principio di solenne senso di responsabilità, eppure privo di alcun significato vivo e vivente. E’ la storia di un matrimonio senza amore, senza slanci, privato di allegria, interrotto dalla scoperta del tradimento. Andrea, un uomo solo apparentemente razionale, comincia un incessante e ossessivo gioco nei confronti della moglie Giulia, donna meschina e stancamente sedotta dall’altrettanto mediocre Antonio. E’ un interrogatorio soffocante, lugubre. La storia di questo apologo del matrimonio non è quella di un amore ferito, ma il triste e insensato arroccarsi a difesa di un campo arido e sterile.
Solo brevissimi squarci attraversano l’acqua giallastra e illuminano per un attimo l’atto unico de «La morsa»: effimeri momenti di ironia, percepiti come una concessione persino oziosa di fronte alla goffa drammaticità del momento. La spietata visione del mondo di Luigi Pirandello si riassume in questo impietoso sguardo verso chi non sa ridere di sé stesso, di chi rifiuta la leggerezza e non è capace di calpestare sentieri che non siano scritti nell’eterna litania del conformismo.
Nel cortile del Bargello, Sandro Lombardi torna ad affrontare il drammaturgo siciliano, dopo la controversa rilettura de «L’uomo dal fiore in bocca»; stavolta, grazie anche agli ottimi Arturo Cirillo e Marta Richeldi, il grande attore toscano offre una straordinaria prova all’insegna del rigore, con un’insolita recitazione sotto le righe, eppure vigorosa, violenta, a tratti persino feroce.
Mettere in scena Pirandello, in genere, significa scegliere tra due tradizionali filoni interpretativi: tra una linea più grottesca e giocosa, ispirata alla follia dei suoi personaggi – alla Sebastiano Lo Monaco, per intendersi – o una alienata, fredda e distante, in cui emergono meglio la noia e la banalità degli uomini. La straziante normalità che invece va in scena al Bargello è forse l’estensione più riuscita; un connubio che della prosa di Pirandello restituisce magnificamente la capacità di raccontare l’orrore del mondo.
di Luigi Pirandello. Regia di Arturo Cirillo.
Con Sandro Lombardi, Marta Richeldi, Arturo Cirillo.
Scene Dario Gessati, costumi Giovanna Buzzi, luci Gianni Pollini, suono Antonio Lovato.
Museo del Bargello, Firenze
Infilati dentro teche trasparenti, scheletri di sedie sono immersi in un’acqua sporca e giallastra. E’ la palude della provincia e del conformismo, la palude in cui c’è una malaria molto più temibile di quel parassita che Andrea è stato in grado di sconfiggere: è piuttosto la malattia della severità, quell’incapacità - tutta piccolo borghese - di percepire il pur minimo aspetto della propria esistenza al di fuori da un cupo determinismo, da un principio di solenne senso di responsabilità, eppure privo di alcun significato vivo e vivente. E’ la storia di un matrimonio senza amore, senza slanci, privato di allegria, interrotto dalla scoperta del tradimento. Andrea, un uomo solo apparentemente razionale, comincia un incessante e ossessivo gioco nei confronti della moglie Giulia, donna meschina e stancamente sedotta dall’altrettanto mediocre Antonio. E’ un interrogatorio soffocante, lugubre. La storia di questo apologo del matrimonio non è quella di un amore ferito, ma il triste e insensato arroccarsi a difesa di un campo arido e sterile.
Solo brevissimi squarci attraversano l’acqua giallastra e illuminano per un attimo l’atto unico de «La morsa»: effimeri momenti di ironia, percepiti come una concessione persino oziosa di fronte alla goffa drammaticità del momento. La spietata visione del mondo di Luigi Pirandello si riassume in questo impietoso sguardo verso chi non sa ridere di sé stesso, di chi rifiuta la leggerezza e non è capace di calpestare sentieri che non siano scritti nell’eterna litania del conformismo.
Nel cortile del Bargello, Sandro Lombardi torna ad affrontare il drammaturgo siciliano, dopo la controversa rilettura de «L’uomo dal fiore in bocca»; stavolta, grazie anche agli ottimi Arturo Cirillo e Marta Richeldi, il grande attore toscano offre una straordinaria prova all’insegna del rigore, con un’insolita recitazione sotto le righe, eppure vigorosa, violenta, a tratti persino feroce.
Mettere in scena Pirandello, in genere, significa scegliere tra due tradizionali filoni interpretativi: tra una linea più grottesca e giocosa, ispirata alla follia dei suoi personaggi – alla Sebastiano Lo Monaco, per intendersi – o una alienata, fredda e distante, in cui emergono meglio la noia e la banalità degli uomini. La straziante normalità che invece va in scena al Bargello è forse l’estensione più riuscita; un connubio che della prosa di Pirandello restituisce magnificamente la capacità di raccontare l’orrore del mondo.
Giulio Gori
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