LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni; progetto di Elena Bucci e Marco Sgrosso; regia di Elena Bucci.
Con Daniela Alfonso, Maurizio Cardillo, Gaetano Colella, Nicoletta Fabbri, Roberto Marinelli. Disegno luci Maurizio Viani, costumi Marta Benini.
Teatro della Pergola
La più celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta nel 1751, rappresenta un punto di svolta fondamentale nella storia del teatro italiano. Di fronte a una serie di personaggi di parata, piuttosto coincidenti con la tradizione della commedia dell’arte, tratteggiati in modo divertente ma grossolano (benché in modo minore rispetto alla commedia dell'arte), i protagonisti di questa recita godono invece di una luce nuova, per nulla macchiettistica: sono infatti rappresentati con grande raffinatezza, dando risalto alle sfumature dei dialoghi, ai cambiamenti d’umore, rinunciando a una caratterizzazione andante e standardizzata. Mirandolina, la giovane ostessa che si diverte ad ammaliare gli uomini per spillare loro qualche soldo in più, senza mai concedersi, senza mai puntare ad altro se non al proprio interesse e al proprio divertimento, rappresenta l’incarnazione di questa svolta poetica e culturale: è lei, infatti, a dare prova di grande saggezza, di etica e rispetto per il prossimo, nel momento in cui prende atto che le proprie azioni hanno provocato gravi sofferenze. Del resto, è uno tra i pochissimi personaggi comici goldoniani a non essere rappresentato, quasi per difetto, attraverso le sue tare, ma al contrario attraverso la sua intelligenza e la sua brillantezza; a riprova dell’amore dell’autore per un’idea di donna forte, autonoma e risoluta nell’impedire l’oppressione degli uomini.
La storia della «Locandiera» nel teatro contemporaneo ha un punto di svolta il 2 ottobre 1952, quando Luchino Visconti mandò in scena alla Fenice di Venezia una rappresentazione rivoluzionaria: abbandonati balletti e mossette, lasciata da parte l’interpretazione che di Goldoni si faceva ancora a metà del ‘900, il geniale regista milanese ripristinò gli accenti realistici, popolari ma non caricaturali, le sfumature fresche e lievi al posto della progressiva riduzione al macchiettismo che si era fatto dell’opera originaria, con una vis comica assai sostenuta e raffinata che non annullava tuttavia i toni vivacissimi di Mirandolina e dei suoi compagni d’avventura. Quasi tutte «Locandiere» successive hanno fatto riferimento all’opera di Visconti; quella di Elena Bucci rompe invece col filone più recente, in virtù di una maggiore concessione a una comicità più semplice, meno sottile, guarnita di tic e di piccoli giochi che rimandano all’avanspettacolo. C’è, per certi versi, un ritorno a un sapore pre-goldoniano, specie nei personaggi di contorno, un richiamo alla commedia dell’arte.
Il risultato, grazie anche a una compagnia di attori buoni, ma non eccelsi, è comunque piacevole, soprattutto grazie alla bellezza e alla vivacità di un testo che rimane tra i più godibili, intelligenti e spiritosi della storia del teatro italiano.
La storia della «Locandiera» nel teatro contemporaneo ha un punto di svolta il 2 ottobre 1952, quando Luchino Visconti mandò in scena alla Fenice di Venezia una rappresentazione rivoluzionaria: abbandonati balletti e mossette, lasciata da parte l’interpretazione che di Goldoni si faceva ancora a metà del ‘900, il geniale regista milanese ripristinò gli accenti realistici, popolari ma non caricaturali, le sfumature fresche e lievi al posto della progressiva riduzione al macchiettismo che si era fatto dell’opera originaria, con una vis comica assai sostenuta e raffinata che non annullava tuttavia i toni vivacissimi di Mirandolina e dei suoi compagni d’avventura. Quasi tutte «Locandiere» successive hanno fatto riferimento all’opera di Visconti; quella di Elena Bucci rompe invece col filone più recente, in virtù di una maggiore concessione a una comicità più semplice, meno sottile, guarnita di tic e di piccoli giochi che rimandano all’avanspettacolo. C’è, per certi versi, un ritorno a un sapore pre-goldoniano, specie nei personaggi di contorno, un richiamo alla commedia dell’arte.
Il risultato, grazie anche a una compagnia di attori buoni, ma non eccelsi, è comunque piacevole, soprattutto grazie alla bellezza e alla vivacità di un testo che rimane tra i più godibili, intelligenti e spiritosi della storia del teatro italiano.
Giulio Gori
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