L’uomo che verrà [2010], di Giorgio Diritti

Sembra spesso che il grande cinema italiano, quello dei maestri non solo di successo, ma anche e soprattutto rispettati e onorati a livello internazionale, sia solo un ricordo, l’immagine di un passato ormai lontano e irrecuperabile. Ma a volte, di fronte alle proposte meno “ammiccanti” dei registi di questo ultimo secolo, si può all’improvviso vivere la breve esperienza di respirare nuovamente quell’aria – un’aria forse ancor più buona, perché non viziata né stantia, ma arricchita dal giusto equilibrio di memoria e innovazione.
Con L’uomo che verrà, Giorgio Diritti propone un lavoro attento, meticoloso nella ricerca dei particolari e delle atmosfere, eppure incredibilmente efficace nel far vivere allo spettatore l’impatto devastante di una situazione tra le più drammatiche della storia contemporanea. Siamo infatti nell’ultimo anno della seconda guerra mondiale, in un’Italia ormai occupata dalle forze naziste, e tutta la violenza e insensatezza della guerra è colta attraverso gli occhi (e sulla pelle) delle popolazioni contadine.
Ed è forse l’innocenza il tema principale di quest’opera: l’innocenza di coloro che la guerra non l’hanno voluta, ma l’hanno più duramente subita; l’innocenza dello sguardo dei bambini, di quel filtro denudante, capace di svelare nella propria (apparente) ingenuità le ragioni più profonde (e anche le più brutali) dell’indole umana; l’innocenza infine dell’“uomo che verrà”, di quel neonato, vero protagonista della storia, nel quale s’incarna il vero principio di umanità – al di là di tutte le sue deviazioni e barbarie –, attraverso il quale il sottile filo della storia può ancora scorrere, e la sua testimonianza diffondersi.
Sembra un paradosso, ma questa innocenza vive e si protrae proprio nel momento in cui la natura umana più si corrompe, e fino a giungere all’abominio. Perché questo film parla della guerra, e non vuole essere un film “di genere” guerresco, ma una riflessione sulla guerra stessa, su quell’odio che tanto perverte la più pura naturalità umana. E l’impatto delle violenze finali ad opera dei soldati tedeschi è ancor più profondo, proprio perché la prima parte del film si era dedicata anche a tracciarne il lato più umano – di nemici, di guerrieri, ma pur sempre uomini.
Dal lato puramente tecnico, il film si distingue per la straordinaria qualità visiva e sonora (dei tre David di Donatello vinti, uno è per il Miglior sonoro): un’esperienza che merita di essere vissuta, già solo per questo motivo. Il realismo della resa è potenziato ulteriormente dalla scelta del dialetto come lingua principale, dove l’italiano e il tedesco sono i veri intrusi: e fu questa la realtà effettivamente vissuta da queste piccole comunità locali, sovrastate dall’assurdità e incomprensibilità della guerra – e se i sottotitoli accompagnano i dialoghi in ladino, la lingua tedesca manca quasi interamente di questo supporto, accentuando il generale senso di straniamento e di totale impotenza.
L’uomo che verrà sarà forse un film che non spicca fra gli altri, che non si distingue per qualità uniche (si potrà facilmente riconoscere l’influsso dei maestri italiani del neorealismo e oltre: Olmi in primis), ma la visione del film di Diritti non potrà non restare impressa nella mente dello spettatore: un’esperienza di vera condivisione, non solo del dolore e dell’orrore, ma anche delle sensazioni più sottili e fuggenti dell’anima umana; l’immersione totale in un mondo che a prima vista potrà sembrarci tanto lontano, ma che, prima di tutto, è il nostro mondo, la nostra storia.
Simone Rebora
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|






