Piccole zone di simmetria: scrittori del Novecento (Firenze University Press, 2011), raccolta di saggi tra scienza e letteratura di Mimma Bresciani Califano, è stato presentato ieri, venerdì 25 novembre, presso la Libreria De’ Servi di Firenze.
Un libro “igienico”: così l’ha definito Giuseppe Nicoletti, opponendolo a tutta quella retorica, a quelle “liturgie della critica accademica” che spesso imprigionano la saggistica letteraria entro un vuoto esercizio fine a se stesso. Questo libro invece, “di affabile ed interessante lettura”, offre la possibilità di confrontarsi con un soggetto stimolante ed ancor poco indagato in Italia. Seguendo un percorso originale fra le opere dei più grandi autori del novecento italiano, Piccole zone di simmetria tenta di individuare “i nessi congiuntivi tra la sfera del letterario e quello che noi chiamiamo ‘scienza’, o anche: ‘ricerca’”. “Numi tutelari” di questo percorso sono per Nicoletti Primo Levi ed Italo Calvino, scrittori che più di tutti avvicinarono il “mestiere” dello scrittore a quello dello scienziato. Ma questa scelta di campo non ha impedito all’autrice di trattare anche il mondo del mito e dell’infanzia, come nello splendido capitolo sull’Isola di Elsa Morante.

dall'intervento di Giuseppe Nicoletti
Sergio Givone, aprendo il suo intervento all’insegna delle “due culture, che poi sono una sola” (citazione del celebre libro di Charles P. Snow), ha poi presentato quello che a suo avviso è “l’ospite-ombra” di Piccole zone di simmetria: Giambattista Vico. Nella sua celebre distinzione tra i “famuli” ed i “poeti teologi” è già infatti racchiusa quell’unità profonda tra i saperi, laddove entrambi operano su un unico strumento di conoscenza, il linguaggio. E mentre i “famuli” (che sono gli scienziati, o meglio ancora gli ingegneri) si dedicano a individuare i nessi che legano il “segno” al “significato”, i poeti agiscono invece sul “senso” del segno, su quella sfera più espansa, ma meno definita, entro cui la parola accade. Lo scrittore più vicino alla prima forma di ricerca linguistica fu forse Italo Calvino, che con i suoi esercizi di “letteratura combinatoria” tentò di tracciare un collegamento diretto tra segno e significato; opposto ma speculare il percorso di Cesare Pavese, che si rivolse al mito (terreno in cui domina assoluto il “senso”) per estrarne “gli a priori della storia”, per disegnare con essi una struttura capace di rendere “leggibile” l’apparente assurdità della storia.

dall'intervento di Sergio Givone
L’autrice ha poi chiuso l’incontro presentando al pubblico le ragioni che l’hanno guidata nella stesura di questo libro. Un impegno in primo luogo “sociale”, perché scienza e letteratura sono entrambe guidate dal bisogno di realizzare una “comunicazione umana”, un percorso teso a “raggiungere l’uomo, per stimolare il confronto e la conoscenza”. Citando Carlo Emilio Gadda, Mimma Brescani ha poi sottolineato le molte pecche di un ambiente letterario sempre più chiuso e cinico, attento al semplice guadagno e banalmente “libertino”; un invito quindi a non trascurare quell’“altro linguaggio” che è la scienza, in vista di una nuova forma di conoscenza che sappia innalzarsi al di sopra dei semplici bisogni materiali e corporali.

Mimma Bresciani Califano
La presentazione si è poi conclusa con una breve spiegazione del titolo scelto da Mimma Bresciani (tratto da un’osservazione di Martin Esselin sull’opera di Queneau – unico autore straniero trattato nel libro). L’aggettivo “piccole” è affatto trascurabile: il fatto che queste zone di simmetria debbano essere di dimensione limitata, si lega strettamente alle grandi rivoluzioni scientifiche di inizio ‘900. Di fronte a una realtà frantumata, inconoscibile e caleidoscopica, s’impone un nuovo relativismo, lontano da derive anarchiche e post-moderniste, ma capace di scegliere e isolare le “piccole zone” su cui esercitare la propria analisi.
Per DEApress, Simone Rebora
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