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“La rivolta dei gelsomini” dal Maghreb al Mashreq

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“La rivolta dei gelsomini” dal Maghreb al Mashreq

 Tutto è cominciato il 17 dicembre quando un giovane tunisino si è dato fuoco per protestare contro un governo corrotto. Da allora il suo gesto è diventato simbolo di una rivolta che è cominciata nel Nord Africa e si è estesa fino al Medio Oriente.
Tunisia, Egitto, Marocco, Algeria, Libia, Mauritania per poi arrivare in Yemen, Oman, Siria, Bahrein, Giordania sono i paesi islamici, teatri di  entusiasmanti agitazioni di piazza in nome di maggiori diritti civili, politici e religiosi. Un rigurgito d’insofferenze per troppo tempo sopite nell’anima del mondo arabo che non riesce più a guardare in silenzio le sopraffazioni delle dittature che gli sono imposte da anni. Ora è il momento di reagire e imporre finalmente un vero governo democratico che garantisca l’eguaglianza tra i suoi cittadini e la pluralità partitica. Un’autorità che si industri a favore di un calo dei prezzi dei generi alimentari e assicuri ai giovani un futuro dignitoso.
Sono queste le rivendicazioni della popolazione maghrebina e mediorientale che dall’inizio di quest’anno si è mobilitata per fermare questo scempio che si è sviluppato a dismisura e peraltro ha goduto dell’appoggio dell’occidente.
L’insurrezione in Tunisia ha provocato un effetto domino che si è diffuso prima nei paesi africani della fascia mediterranea per poi giungere sulle coste asiatiche. I frutti della sommossa si sono ben presto potuti osservare con la fuga di Ben Ali il 14 gennaio, presidente tunisino da 23 anni.
Tuttavia l’impensabile è accaduto in Egitto con la caduta del più solido di tutti i rais, Mubarak. L’evento ha inorgoglito il popolo tunisino che reputa le dimissioni del presidente egiziano il più grande successo della loro rivoluzione.
Intanto la Tunisia si è avviata sull’irta strada della transizione che ha avuto inizio con l'estromissione dei ministri membri del partito Rcd, il partito fondato dall'ex presidente, sebbene l’esecutivo provvisorio, in carica fino alle prossime elezioni, sia ancora guidato da Gannouchi, ex uomo del regime. Dal suo canto, il popolo si considera ancora insoddisfatto poiché  rivendica la dimissione di tutti gli aderenti al partito, che per 23 anni era stato attore unico nella vita politica della Tunisia, che conta ben due milioni di aderenti su una popolazione totale di 10 milioni di persone.
Situazione analoga in Egitto dove il Consiglio supremo delle forze armate ha sciolto i due rami del Parlamento e ha dato avvio al percorso che da qui a settembre dovrebbe portare alla riforma della Costituzione e a nuove elezioni legislative e presidenziali. I nuovi articoli della futura Costituzione saranno approvati tramite referendum popolare. Ciò nonostante la piazza non si arrende poiché, reclama la creazione di un governo di tecnocrati e di un comitato presidenziale composto da un militare, un politico e un giudice.
L’ondata rivoluzionaria vede la sua massima espressione in Libia dove il colonnello Gheddafi ancora non molla la presa e resiste all’attacco dei ribelli che occupano la parte cirenaica del paese a partire dal 17 febbraio. La comunità internazionale, a seguito del proseguimento delle operazioni militari libiche contro gli insorti e in ottemperanza alla risoluzione ONU, attacca le forze lealiste al regime di Mu'ammar Gheddafi colpendo mezzi corazzati dell'esercito libico.La coalizione militare composta da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, il 19 marzo, ha cominciato a bombardare il paese sotto l’egida degli Stati Uniti attraverso l’operazione denominata “Odyssey Dawn”.
La “rivolta dei gelsomini” passata per il Marocco, la Mauritania e l’Algeria è sopraggiunta nel continente asiatico, dove la situazione è ancora più delicata perché è in questa zona che gli interessi degli occidentali sono più sensibili. L'Oman, ad esempio, non e' solo una media potenza petrolifera ma e' un alleato militare e politico strategico di Stati Uniti ed Europa, in particolare di Londra, nella sua posizione di snodo fra il Golfo Persico e l'Oceano Indiano.  Nel piccolo sultanato, dove  le manifestazioni si verificano di rado e i partiti politici sono vietati, il sultano Qabus ha fatto alcune concessioni, di carattere socio-economico, quali la previsione di un sussidi mensili ai disoccupati e un incremento di 50.000 posti di lavoro nel pubblico impiego, nonché il conferimento di maggiori poteri al parlamento.
Manifestazioni simili sono esplose nello Yemen e nel Bahrein dove i manifestanti non si arrendono e combatteranno fino a quando non avranno ottenuto una vera riforma dell’intero sistema.
Non sappiamo quali saranno i risvolti delle vicende, l’unica certezza che abbiamo è che il cambiamento in atto nel Sud del mondo è qualcosa d’irreversibile che difficilmente si placherà.

 

 

 

 

 

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