QUANDO LUNA SOLOMON
ALZO’ LO SGUARDO E RAGGIUNSE LA SUA LUNA
Di Laura Ciampini
“Esiste una squadra di atleti olimpici che non ha inno ne’ bandiera. Ciò che accomuna i suoi membri non è il paese di origine, ne’ la lingua. Li unisce la passione per lo sport, la caparbietà di allenarsi anche quando tutto sembrava perduto, l’essere stati costretti a lasciare la loro casa. Con tutto ciò che questo significa”. Inizia così un vibrante articolo di Laura Cappellazzo, che parla della Squadra Olimpica dei Rifugiati, frutto della collaborazione dell’UNHCR con il Comitato dei giochi olimpici, per ribadire che nelle Olimpiadi, come nella vita, siamo tutti uguali. Questa squadra è al suo secondo evento; al suo debutto -nel 2016 a Rio- era formata solo un gruppo di dieci persone, quest’anno sono 29 ed ancora una volta anche se “apparentemente la vita aveva loro tolto tutto, vogliono mostrare di essere più forti delle circostanze”, intendono realizzare un sogno sotto gli occhi del mondo.
Tracciamo, in questo articolo, la storia di una atleta che ha partecipato proprio ai giochi di Tokyo 2020, Luna Solomon, che è arrivata a Losanna dall'Eritrea nel 2015, con la speranza dei vent’anni. Dal 2011 il suo paese è in preda ad una catastrofe alimentare, il regime di Isaias Aferwerki, che sostiene il terrorismo in Somalia, è responsabile di continue violazioni di diritti umani che hanno provocato un esodo immenso, che nel 2015 vedeva migrare quattro mila persone al mese.
In fuga dalla dittatura, dopo un lungo viaggio durato più di sei mesi, Luna attraversa la rotta che partendo dal Corno d’Africa attraversa il Sahara e arriva nell’inferno libico. Poi l’attraversamento del Mediterraneo, l’approdo in Italia e la successiva accoglienza in Svizzera.
Ricominciare da zero da sola. Una lingua nuova, ottenere i visti e i permessi di soggiorno, cercare lavoro. Ricostruirsi una vita. Trovare uno stimolo che le permetta di non cadere nello sconforto e che le dia un motivo in più per mettersi in gioco e dimostrare quanto vale. E a poco a poco rinascere. Nello sport ha trovato la soluzione ad alcuni dei suoi problemi. Viene inclusa in gruppo di rifugiati che in Svizzera vengono allenati da Niccolo’ Campriani, tre volte campione olimpico di tiro e impiegato del Comitato Olimpico Internazionale, con un obiettivo ambizioso: preparare dei giovani che non avevano mai praticato lo sport del tiro con la carabina ai giochi olimpici. Luna ha cominciato ad allenarsi. Alza lo sguardo confortata, non si sente più emarginata, qualcuno si prende cura di lei. E il suo maestro le insegna a sentire il proprio corpo, le emozioni, a meditare, a controllare le pulsioni. Il tempo è poco, 500 giorni separano una principiante dall’evento, c’è di mezzo la chiusura delle palestre per il COVID e una gravidanza sopraggiunta nel frattempo. Con un bebè di pochi mesi Luna ha ripreso ad allenarsi sotto la guida di Niccolò Campriani, insieme ad altri studenti rifugiati. E’ rimasta fuori per un soffio la siriana Khaoula Sellami, ma per la sezione ditiro con carabina ad aria compressa da 10 metri si sono classificati per il settore maschile Mahdi Yovari, che gareggia sotto la bandiera dell’Afghanistan, e Luna Solomonper quello femminile. I due atleti hanno sfilato con gli altri 27 alla cerimonia di apertura sotto l’acronimo francese EOR (équipe olympique des réfugiés). L’allenatore sottolinea che il tempo a disposizione era decisamente insufficiente per una preparazione di livello, ma l’obiettivo non era tanto quello di arrivare sul podio, ma poter gareggiare davanti al mondo. Il 24 luglio Luna a Tokio si qualifica nella categoria carabina, ma durante la competizione è arrivata ultima. Un successo comunque, un risultato importante e premiante di per se’. I quotidiani svizzeri sottolineano questo aspetto, Thérèse Courvoisier le dedica un ritratto che apre proprio con il sorriso smagliante della ragazza; addirittura l’Illustré le dedica un servizio curato da Laetitia Béraud. Dispiace, invece vedere che il razzismo dilagante nel nostro paese sottolinei solo la sconfitta, è vergognoso il titolo del “Giornale di Brescia” che sottolinea l’atleta con due epiteti: “rifugiata” inserito tra due sarcastiche virgolette e “ultima”, a ribadire l’ineluttabile destino da perdenti dei migranti. Indecoroso il post che le dedica il blog Zazoom che parla di esordio disastroso e sottolinea che l’atleta ha deluso le aspettative e gli sforzi del suo allenatore arrivando ultima. Si stravolge così l’impegno che Niccolò Campriani ha profuso con i suoi allievi, e l’orgoglio dell’allenatore per i risultati ottenuti grazie alla determinazione e alla passione dei due tiratori, come risulta dalle sue dichiarazioni rilasciate nel sito ufficiale dei giochi “Tokyo 2020”.
Due documentari prodotti dal comitato olimpico, ritraggono Luna prima e dopo la competizione. Nel primo vediamo l’emozione con la quale la ragazza narra il processo di riappropriazione dell’autostima e l’uscita da un periodo buio attraverso lo sport, perché proprio il tiro con la carabina le ha permesso di recuperare un equilibrio interno. Nel secondo si sottolinea che l’atleta ha percorso un viaggio epico ed è arrivata a centrare un suo obiettivo e a sognare le prossime olimpiadi del 2024.
E noi ci auguriamo che l’atleta possa raggiungere la sua prossima Luna!
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