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Cristian Scapin: il debutto editoriale con "DONUM - Le Cronache del Vuoto"

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Cristian Scapin
"DONUM - Le Cronache del Vuoto"

Copertina -DONUM Le cronache del Vuoto - Tomo Primo - Cristian Scapin

Adoro sempre i parallelismi e quel certo modo di condurre la morale altrove rispetto alle evidenze estetiche. E qui accade con molta raffinatra delicatezza: l'esplorazione dello spazio diventa anche un viaggio dentro i limiti della conoscenza personale e sociale (oserei aggiungere). Si intitola "DONUM - Le Cronache del Vuoto", romanzo d'esordio di Cristian Scapin e primo capitolo di una nuova saga fantascientifica. Ambientato a bordo della nave Mistique, il libro intreccia colonizzazione del sistema solare, intelligenza artificiale e incontro con una civiltà aliena, proponendo una riflessione sul rapporto tra progresso tecnologico, responsabilità e identità umana.

Quanto la fantascienza contemporanea riesce ancora, secondo te, a interrogarsi davvero sull’essere umano e non soltanto sulla tecnologia?
Credo sia necessario distinguere tra fantascienza scritta e fantascienza cinematografica, anche se entrambe stanno seguendo una tendenza simile. Oggi vedo una forte spinta verso prodotti sempre più immediati, facilmente assimilabili e pensati per catturare rapidamente l'attenzione del pubblico. Questo vale per il cinema, le serie televisive e, in parte, anche per la narrativa. Prendiamo ad esempio alcune produzioni recenti: sono spesso spettacolari, ben realizzate e capaci di intrattenere. L'ultimo Star Wars o The Mandalorian e Grogu sono piacevoli da seguire e sufficientemente avvincenti. Sono piaciuti molto a mio figlio di dieci anni. A me, però, hanno lasciato una sensazione diversa: un sorriso per la durata della visione e poco altro. Una volta terminati, rimane ben poco su cui riflettere. Anche nella fantascienza scritta contemporanea trovo spesso molta attenzione alla tecnologia, agli effetti speciali e all'azione, ma meno interesse per le grandi domande che hanno reso grande questo genere. La fantascienza che amo non utilizza il futuro per mostrare astronavi più veloci o armi più potenti. Utilizza il futuro per interrogarsi sull'essere umano. Con DONUM ho cercato di riportare al centro del racconto proprio questo aspetto. Non mi interessa raccontare la tecnologia in sé, ma le persone che la utilizzano. Mi interessano le loro scelte, le loro paure, i loro dubbi e le conseguenze morali delle loro azioni. In fondo, che si tratti di un essere umano, di un Termiano o di una civiltà aliena, le domande fondamentali restano sempre le stesse: chi siamo, cosa siamo disposti a sacrificare e cosa merita davvero di essere ricordato.

La nave Mistique trasporta milioni di persone verso qualcosa di sconosciuto. Pensi che l’umanità di oggi stia vivendo una condizione simile, anche simbolicamente?
Credo di sì, ma in un modo forse diverso da quello che si potrebbe immaginare. La Mistique trasporta milioni di persone verso un destino sconosciuto. Oggi, però, ho l'impressione che a gran parte dell'umanità interessi poco la destinazione. Ci interessa soprattutto il presente immediato, l'istante che stiamo vivendo. Non lo dico in senso assoluto. Esistono ancora moltissime persone che vivono pienamente la propria vita, con le sue gioie, le sue sofferenze, i suoi sacrifici e le sue responsabilità. Ma, osservando la società contemporanea, vedo una crescente difficoltà a guardare oltre il momento presente. Stiamo lentamente perdendo il valore della fatica, della responsabilità e della scelta consapevole. Vogliamo risultati immediati, risposte immediate, gratificazioni immediate. Sempre meno persone sembrano disposte ad affrontare il peso che ogni scelta autentica comporta. Per certi aspetti, e per quanto possa sembrare paradossale, credo che siamo ancora all'interno della caverna di Platone. Oggi le ombre sulla parete hanno assunto forme nuove: schermi, algoritmi, flussi continui di informazioni e intrattenimento. Pensiamo di essere più liberi e più informati che mai, ma spesso confondiamo la disponibilità di informazioni con la comprensione della realtà. La Mistique attraversa il vuoto dello spazio alla ricerca di un futuro. La domanda che mi pongo è se noi stiamo ancora cercando il nostro, oppure se ci stiamo limitando a osservare le ombre che scorrono davanti ai nostri occhi.

Nel libro emerge spesso il rapporto tra conoscenza e responsabilità. Ormai stiamo perdendo l’impegno e il dovere della responsabilità… vero?
Credo che oggi disponiamo di una quantità di informazioni senza precedenti nella storia umana. In pochi secondi possiamo accedere a contenuti che fino a qualche decennio fa avrebbero richiesto giorni di ricerca in biblioteche, archivi o università. Tuttavia l'informazione non coincide con la conoscenza. Sapere che qualcosa esiste non significa comprenderla. E comprenderla non significa necessariamente essere disposti ad assumersene la responsabilità. È proprio qui che vedo una delle grandi fragilità del nostro tempo. Spesso ci accontentiamo di risposte rapide, di opinioni preconfezionate, di informazioni che confermano ciò che già pensiamo. Dedichiamo meno tempo all'approfondimento, al dubbio e alla verifica delle fonti. Ho sempre invitato i miei studenti a chiedersi il perché delle cose. A non dare nulla per scontato. A domandarsi da dove provengano le informazioni, chi le riporti e quali interessi possano esserci dietro. La conoscenza richiede fatica. Richiede tempo. Richiede il coraggio di mettere in discussione le proprie convinzioni. In DONUM questo rapporto tra conoscenza e responsabilità è centrale. Molti personaggi scoprono verità che cambiano completamente la loro visione del mondo. Ma conoscere la verità non basta: bisogna essere pronti a sopportarne le conseguenze. Per questo non credo che il problema sia la mancanza di informazioni. Il problema è che stiamo progressivamente perdendo l'abitudine a trasformare le informazioni in conoscenza, e la conoscenza in responsabilità.

Domanda filosofica: gli alieni e il futuro per te significano raccontare la paura dell’ignoto o il bisogno umano di dare un senso a ciò che non comprende?
Credo che gli alieni siano uno degli strumenti più affascinanti della fantascienza perché ci permettono di osservare noi stessi da una prospettiva diversa. Nel mio lavoro incontro ogni giorno persone provenienti da culture molto lontane dalla mia. Paesi, lingue, tradizioni e religioni differenti. Eppure, una volta superata la prima barriera, ci si accorge che le domande fondamentali dell'essere umano sono spesso le stesse: il desiderio di una vita migliore, la sicurezza, gli affetti, la ricerca di un significato. In DONUM c'è molto di questa esperienza. Le civiltà aliene che i protagonisti incontrano sono diverse tra loro, ma non sono costruite per rappresentare il male o la paura. Sono culture differenti, con valori, paure e modi di vedere il mondo che spesso entrano in conflitto con quelli degli esseri umani. La diffidenza iniziale che accompagna quasi tutti gli incontri è una conseguenza naturale della vita nello spazio. In un ambiente ostile, dove ogni errore può essere fatale, la prudenza è una necessità. Nessuno può permettersi di dare qualcosa per scontato. Tuttavia, man mano che la storia procede, emerge un altro tema che considero fondamentale: l'integrazione e l'accettazione reciproca. Comprendere l'altro non significa rinunciare alla propria identità, ma riconoscere che esistono modi diversi di interpretare la realtà. Per questo non credo che gli alieni rappresentino soltanto la paura dell'ignoto. Credo rappresentino soprattutto il bisogno umano di confrontarsi con ciò che è diverso da sé. E, attraverso questo confronto, comprendere meglio sé stesso. In fondo, ogni incontro con l'altro, che avvenga in una classe, tra popoli diversi o tra civiltà separate da anni luce, inizia sempre nello stesso modo: con diffidenza. E può concludersi nello stesso modo: con la paura, oppure con la comprensione.

Nel tuo rievocare la storia, nel tuo insegnare alle nuove generazioni: qual è il vero messaggio che cerchi sempre di lasciare? Anche con questo libro in fondo…
Se dovessi riassumerlo in una sola frase direi: chiedetevi sempre il perché delle cose. È una frase che ho ripetuto per anni ai miei studenti, sia bambini sia adulti. Non dare mai nulla per scontato. Verificare le informazioni, chiedersi da dove provengano, chi le riporti e quali interessi possano esserci dietro. Viviamo in un'epoca in cui abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma questo non significa necessariamente possedere più conoscenza. La conoscenza richiede tempo, impegno, confronto e capacità critica. Ho l'impressione che stiamo progressivamente perdendo il valore della fatica e della responsabilità. Cerchiamo spesso risposte immediate e soluzioni semplici a problemi complessi. Ma la realtà raramente è semplice. Anche DONUM nasce da una serie di domande. Cosa resta quando una civiltà scompare? Cosa significa essere umani? Quanto siamo disposti a mettere in discussione le nostre certezze? Non ho scritto questo libro per fornire risposte definitive. Ho cercato piuttosto di invitare il lettore a porsi delle domande. Se c'è un messaggio che vorrei lasciare, sia ai miei studenti sia ai miei lettori, è questo: non smettete mai di essere curiosi. Il giorno in cui smettiamo di farci domande e accettiamo passivamente ciò che ci viene mostrato, rischiamo di tornare nella caverna di Platone senza nemmeno accorgercene.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Luglio 2026 16:37 )  

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