E' un luogo istituzionale quello scelto dalla famiglia Regeni per rompere il silenzio, a più di due mesi dalla morte del figlio.
Chiedono verità durante una conferenza stampa alla presenza dei propri avvocati, del Presidente della Commissione dei Diritti Umani Luigi Manconi e di Riccardo Noury per Amnesty International, primi a lanciare la campagna sulla scomparsa del ricercatore italiano.
Era inaccettabile per la famiglia di Giulio Regeni la versione diramata dalle autorità egiziane secondo cui il ragazzo sarebbe stato rapito e torturato a scopo di estorsione, sebbene non fosse mai stato chiesto alcun riscatto. Negli ultimi giorni, addirittura, sarebbero stati individuati i sequestratori colpevoli di possedere una borsa (mai appartenuta a Giulio), con dentro i suoi documenti. Sono rimasti tutti uccisi durante il tentativo di arresto.
Eppure proprio una decina di giorni addietro il "generalissimo" egiziano Al Sisi si esibiva in un paterno appello alla famiglia Regeni, in cui sosteneva di condividere il loro dolore e di adoperarsi per la verità, unitamente ad un appello ai media per lasciar lavorare le autorità egiziane senza eccessive pressioni. Il contesto è un'intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, i cui toni non risultano aspri. Unica nota dolente la virata di Al Sisi quando le domande sul caso Regeni diventano troppe, tirando in ballo il peso strategico dell'Egitto a livello militare e commerciale.
Fu proprio l'Italia la prima tra i paesi europei a ricevere e riconoscere Al Sisi ai tempi del colpo di stato che lo ha portato al potere nel 2013. Terzo partner commerciale dell'Egitto, non poteva che vedere di buon occhio l'opera di stabilizzazione che il neo-presidente egiziano non ha esitato a svolgere con la benedizione della comunità internazionale. Di questo avviso anche l'ente italiano del commercio in una nota del Gennaio scorso : “Il processo di stabilizzazione politica, che ha visto nell’elezione del presidente Abdel Fattah al Sisi il suo momento culminante, si sta riverberando positivamente sull’economia dell’Egitto”.
L'Egitto ricopre una posizione strategica anche dal punto di vista geopolitico, quale snodo tra Africa e Medio Oriente, tra Libia, Giordania e Israele. E' legato all'Arabia Saudita dalla quale riceve cospicui finanziamenti, e recita una parte fondamentale nello scacchiere libico, in cui sostiene il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar.
Per questo alla conferenza per gli investimenti in Egitto Matteo Renzi esaltava il gigante nord africano come "area straordinaria di opportunità". E aggiungeva: "Abbiamo fiducia nella sua (di Al sisi) leadership, nelle sue riforme macroeconomiche… in favore della prosperità e della stabilità".
Stabilità è, quindi, la parola d'ordine. Nessuno vorrà metterla a rischio come sottolineato da entrambi i paesi. Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha tenuto a precisare l'importanza dell'Egitto come partner strategico per l'equilibrio regionale. Hanno fatto eco le dichiarazioni di Al Sisi sempre nel corso dell'intervista a Repubblica, nelle quali si avverte una sfumatura di ricatto .
Devono essere proprio questi i fattori che rendono così sicuro l'ex militare della sua posizione a livello internazionale, tanto da permettersi continue persecuzioni e sparizioni, come denunciato dalle principali organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch.
Parlare di verità sul caso Regeni non può prescindere da questi fattori. Le facili dichiarazioni di impegno del governo, che si dice pronto a non fare sconti alle autorità egiziane, cozzano con esigenze ben più ampie che ultimamente più che mai lo allontanano da quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria: la tutela dei propri cittadini. La stessa distanza ad oggi separa la famiglia Regeni e noi tutti dalla giustizia.
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