Tre serate d'autore: nei giorni 29 luglio, 3 e 5 agosto all' Antella (Firenze), Piazza Peruzzi si trasforma in palcoscenico e così parte il NOMADIC PIANO WORD FESTIVAL a cura dell'Assessorato dello Sviluppo Sociale, tanti ospiti e grandi musicisti si esibiranno con un autore di prestigio come il maestro Antonio Breschi che riesce ad essere catalizzatore di più influenze musicali e che ci donerà la sua musica mixata con altre musicalità.
La prima serata vedrà sul palco alle 21.00 il gruppo The Quiet Joys - un trio polivalente strumentale al femminile con musiche tradizionali del sud Italia e Nord Est Europeo. Questo trio polivalente strumentale al femminile, alcuni giorni fa' a Mercantia ha vinto un premio "La nuova era". Il gruppo vocale è nato dall'incontro di varie culture musicali e fa delle sonorità salentine il proprio cavallo di battaglia.
Alle 21.45, a seguire Antoni o' al piano & Alì Tajbakhsh che è percussionista e suona lo 'zarb' che è uno strumento persiano.
alle 22.30 Kontume' - Gabin Dabirè Trio
Canzoni d'autore del Burkinafaso con il trio così composto: Gabin Dabirè - voce e chitarra. Lorenzo Forti - basso elettrico - Vanni Breschi alla batteria.
Lo scopo delle serate è di offrire un vero spettacolo con musicisti professionisti. Antonio Breschi, pianista e compositore, è nato fiorentino ma si considera irlandese di adozione, è conosciuto in tutto il mondo come l’inventore del pianismo celtico ed è il primo artista in assoluto ad aver introdotto il pianoforte nel flamenco e suona con Gabin Dabirè, polistrumentista cosmopolita, sono uniti già in miriadi di progetti, in un intreccio sonoro che va al di là di qualsiasi barriera culturale, sociale e geografica.
Sul sito : www.tarantularubra.it/musica/recensioni/recensione_gabin.htm - troviamo su Gabin Dabiré il seguente articolo:
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Gabin Dabiré è un nome che a pronunciarlo regala un senso di musicalità a tutto ciò di cui si parlerà e che lo riguarda… Nasce a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, un piccolissimo stato dell'Africa occidentale, prima che una importante rivoluzione gli togliesse il nome di Alto Volta. La sua è una famiglia del gruppo etnico Dagari. Verso la metà degli anni '70 giunge in Italia, passando prima dalla Danimarca, e il primo richiamo che sente è quello verso un'area musicale particolare. Poi riprende a viaggiare e si reca in Oriente, studiando, apprendendo, suonando… |
Rientrando in Italia si stabilisce a Milano approfondendo lo studio delle percussioni africane e asiatiche, i cordofoni, il canto e la composizione. Ma il suo amore per la musica non lo distoglie dall'impegno per la diffusione di cultura, cinema, danza, teatro della sua terra e fonda nel 1984 il "Centro di Promozione e Diffusione della Cultura Africana", grazie all'aiuto della sua trentennale compagna, l'artista Elena Albini Trissino dal Vello d'Oro.
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Ma oggi parleremo di quello che forse è il capolavoro discografico di Gabin, "Tieru", vale a dire "Riflessioni". Un disco che rispecchia l'affascinante personalità creativa di Gabin, nella sua eleganza, delicatezza e discrezione, così come nella sua fermezza, forza e ricchezza. In questo lavoro sono stati felicemente coinvolti artisti ed amici che hanno conferito al disco un tocco di eccezionale professionalità e coinvolgimento emotivo: le chitarre di Lokua Kanza e Dominic Miller, Pino Palladino, eccezionali percussionisti come Manu Katchè, Jack Tama e il fratello Paul Dabirè. |
Di traccia in traccia Gabin vola con eccezionale spigliatezza e disinvoltura da brani di chiara matrice africana a melodie europee con forti connotazioni pop proprie degli anni 70/80, colorati dalla semplicità, dalla limpidezza e dalla morbidezza della sua voce. Non ci si può assolutamente dimenticare che è la sua sensibilità quella che gli conferisce la capacità di essere un bel poeta e cantastorie, oltre che musicista. Straordinaria la delicatezza di " Wo I do" (Ascolta uomo), la soffusa atmosfera propria di un paesaggio dell'Africa percepita in "Tieru"; la magica ipnosi musicale di "I bie" (My baby), il brano che svela le sue ricchezze musicali acquisite durante i suoi soggiorni in India con tutto quello che ci può regalare Gabin in un canto d'amore, così come la melanconia di "Everyday". Ma c'è un brano che in particolare ci colpisce per la sua forza, per la sua dolce rabbia, incisività e coinvolgimento: "Sankarà", il canto che Gabin dedica al suo amico, colui che ha apportato la rivoluzione culturale ed economica nel suo paese a partire dal nome, Burkina Faso, vale a dire "il paese degli uomini integri". Un presidente che decise di lottare perché il suo popolo vivesse dignitosamente, senza ricatti economici e servilismi a paesi occidentali ed imperialisti. Un uomo ucciso il 15 ottobre del 1987 in un colpo di stato ordito con la complicità di quei governi stranieri che, ancora oggi, non accettano vi siano piccoli stati indipendenti. Un vero artista non sarà mai avulso dai contesti sociali, né potrà mai dimenticare che la sua portata sarà in gran parte determinata dalla sua capacità di esprimere il diritto alla dignità per sé e per gli altri.
In questo Festival tanti veri musicisti (non semplici esecutori dotati di grande tecnica strumentale), che faranno parlare di loro perché sanno raccontare storie (con musica e scene artistiche) attraverso il pianoforte la chitarra, la voce e quant’altro…su questo nostro mondo contemporaneo.
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