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"L'uomo da fiore in bocca" (la triste fine del teatro)

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L'UOMO DAL FIORE IN BOCCA


di Luigi Pirandello; drammaturgia di Sandro Lombardi, regia di Roberto Latini.
con Sandro Lombardi e Roberto Latini

costumi Marion D'Amburgo, luci Gianni Pollini, musiche originali Gianluca Misiti


Teatro della Pergola -  Bargello


Un circo stanco e lento. Due pagliacci tristi. Una grande voliera e un’altalena che sembra un trespolo. Nella meravigliosa cornice del Bargello, Sandro Lombardi e Roberto Latini si misurano nel celebre testo pirandelliano de “L’uomo dal fiore in bocca”.
Due uomini si incontrano per caso e dalle loro parole apparentemente vuote, da uno scambio di battute inizialmente superficiali, ci si addentra nel dramma di uno dei due protagonisti, irrimediabilmente malato. Un piccolo fiore dal nome dolcissimo, epitelioma, cambia il suo modo di percepire il mondo, di affrontare gli ultimi mesi da vivere; e crea un nuovo rapporto di tragica simbiosi tra l’intelletto e il corpo, perché la malattia svela l’orrenda gabbia ottagonale in cui il nostro spirito è costretto a vivere. Il corpo diviene il nemico, l’insulto che annulla la nostra potenza intellettuale, che la mortifica, la rende inutile.
Ma il vero delitto della malattia è la frustrazione di chi inevitabilmente si abbrutisce nell’autocommiserazione e nella misantropia. E’ un destino quasi inevitabile: “Io le dico che ho bisogno d'attaccarmi con l'immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla” spiega il protagonista.
“L’uomo dal fiore in bocca” è un piccolo e crudele testamento di dolore, raccontato da Latini e Lombardi con originalissimo dinamismo. Efficace la decisione di utilizzare attivamente lo scenario del Bargello, e non come pure contorno, come con la splendida idea di proiettare l’ombra degli attori in altalena sul muro del palazzo. Anche la scelta di affidare il racconto alle maschere di due pagliacci è assai suggestiva, ma forse i toni delle interpretazioni non sono così convincenti. La scelta di giocare su forme calcate invalida (soprattutto) le straordinarie capacità di modulazione dell’estro di Lombardi, finendo per appiattirle, renderle talvolta vane. La maschera dell’attore gioca su una capacità mimica al solito strabiliante, ma è la sua voce, per una volta, a non convincere del tutto.

”Caro signore, ecco... venga qua... qua sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d'una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? E’ passata. M'ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: - “Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”

Ma c’è dell’altro che stupisce riascoltando questo testo. Un fatto insolito. Forse soltanto casuale. Tra le parole pronunciate da Lombardi e il volantino scritto dai lavoratori mobilitati della Pergola, che in molti stringiamo tra le mani, si crea una misteriosa e sempre più convincente sintonia. Questo epitelioma che vilmente uccide, che lento si insinua e fiacca le persone, non ricorda da vicino il confuso lavoro di una finanziaria di tagli senza senso? Come il cancro che si diffonde a caso, per bruciare organi e tessuti, ignorando la loro necessità, anche quel governo che taglia indiscriminatamente i rami dell’albero che amministra, sancisce alla lunga la propria stessa morte.
Il cancro muore col corpo che lo ospita e, probabilmente, il triste destino che accompagna questo paese non lascerà vincitori, ma solo vinti.
La legittima mobilitazione dei teatri italiani, e in particolare della Pergola, del Duse e del Valle, ha puntato l’indice contro la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano, voluta, fortissimamente voluta dal ministro (sic!) Bondi: 160 mila euro di risparmi per mandare a casa 17 giovani precari sono un insulto, visti gli enormi rivoli di sprechi che il carrozzone burocratico perde per strada, tra enti inutili, istituti di cultura diretti da ex venditori televisivi di materassi, amministratori multimilionari che pigliano liquidazioni direttamente proporzionali ai debiti che lasciano. L’Eti , pur visto dal di fuori, pare un istituto efficiente. Del resto è singolare che il governo del federalismo, per risparmiare, si stia rivelando come il più feroce accentratore della storia repubblicana: “le competenze passano al ministero” è un refrain che ormai si ripete da molto tempo.
Ma resta soprattutto il taglio dei precari, l’attacco più vile e inaccettabile.
Tremonti sostiene che l’Italia abbia subito la crisi meno di altri; dall’opposizione timidamente qualcuno ribatte che siamo alla canna del gas. Purtroppo entrambe le affermazioni sono vere: l’Italia ha sentito la crisi meno di altri semplicemente perché da quindici anni era già in crisi.
Le politiche che hanno spalancato le porte al precariato (e in questo destra e sinistra hanno responsabilità equivalenti) hanno radicalmente frustrato il potere d’acquisto di una generazione. Poco male si diceva, se i nostri giovani non comprano, compreranno i giovani stranieri. “E’ la globalizzazione, bellezza!” diceva Tremonti, gongolante. Ora soltanto le parole “Cina” o “globalizzazione” gli fanno venire la febbre. E dopo quindici anni buoni in cui la domanda di beni e servizi è crollata, la nostra economia è andata a rotoli (sotto i trenta in quanti possono permettersi un’auto nuova?), siamo finalmente a tirare le cuoia.
Se infine si licenziano i giovani, direi che i dubbi sulle sorti di questo paese non siano più legittimi.
La cultura è solo l’ultimo taglio necessario. Poco importa il suo valore formativo; anzi, meglio che non si creino coscienze critiche, per carità. Vietato disturbare i navigatori che affondano.
In questo gioco al massacro persino il programma di un teatro come la Pergola potrebbe avere delle serie ripercussioni. E in un incubo portato agli estremi, al posto di Lombardi che recita Pirandello, potremmo avere Bondi sulla ribalta a cantare la sua meravigliosa poesia dedicata a Silvio:

Vita assaporata
Vita preceduta
Vita inseguita
Vita amata
Vita vitale
Vita ritrovata
Vita splendente
Vita disvelata
Vita nova

Per nostra consolazione, sarebbe certamente riscoperto il fascino del teatro elisabettiano. A costo di sfidare la fame, gli spettatori arriverebbero carichi di pomodori e di carciofi. Il teatro come catarsi.

Le grido: - Ah sì, e vuoi che ti baci? - Sì, baciami - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l'altra settimana, s'è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m'ha preso la testa e mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con me”.

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