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Monet nell'officina di Lynch

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Punto di (s)vista

MONET NELL’OFFICINA DI LYNCH

Una mostra di Sergio Biliotti a Rifredi

 

Lo “UOLL” ( www.uoll.it ) è uno spazio adibito a esposizioni ed eventi di varia natura incastrato in una piega della no man’s land che si allarga ai margini del quartiere fiorentino di Rifredi. Zona di sperdimenti underground, fra i binari ferroviari e il fruscìo del piccolo fiume Terzolle (l’originario “rivus frigidus” degli insediamenti romani), nonché estrema Thule di quel coacervo di identità urbane che è Rifredi, dove l’anima popolare anni ‘50 del complesso ricreativo “Il Poggetto” (pinetina con arena estiva, pizzeria, piscina, ecc.) si armonizza con l’eleganza schiva delle strade che si aprono a ventaglio intorno a piazza Tanucci e piazza Leopoldo, con l’atmosfera intellettuale di piazza Dalmazia (cinema d’essai e accogliente giardino/salotto) e con la sconcertante vistosità di certi prodotti architettonici sghembi e disadattati.Gli interni dello “Uoll” colpiscono per la sofisticata nudità, per le suggestioni da lotf newyorkese ibridate con memorie toscane (pareti di mattoncini chiari con ombre e irregolarità, soffitto nero e spiovente le cui linee evocano casali senesi).

Questo luogo di insolito fascino ha ospitato venerdì 21 maggio una mostra personale dell’artista Sergio Biliotti - via Ghibellina 16/r – Firenze www.sergiobiliotti.it . La forza ipnotica e sensoriale delle opere di Biliotti sta nell’evidenza della corruzione (violenta, magnetica) della materia, anzi dei materiali, operata dal tempo e dalla manipolazione umana.Davanti all’assemblaggio di vecchie locandine cinematografiche sovrapposte, sbiadite, strappate, macchiate, con scritte qualsi illeggibili e gli angoli parzialmente staccati dal supporto, ci sentiamo riportati con un repentino sussulto di memoria involontaria davanti a sale chiuse da lungo tempo, inalando di nuovo l’odore di corpi e fumo che ristagnava nei locali, rivedendo frammenti sparsi di rassegne di ogni tipo. Oppure proviamo, insieme all’autore, uno sdegno sardonico di fronte al patchwork di manifesti elettorali tutti uguali, tutti ugualmente futili, sporcati, schizzati di vernice, smangiati, corrosi.

Sorprende l’intento genialmente enciclopedico della mostra, espressione di una voracità figurativa intenta a rielaborare (forse, con una certa ansia, a salvare) i “segni” essenziali degli ultimi due secoli.Si ha l’impressione che un’asse dickinsoniana si sia spezzata nel “luogo” della percezione, lasciando penetrare in questa officina stipata di materiali abbandonati (tela di juta, lana di vetro, cere industriali, ecc.) gli echi più inquieti di Turner, Monet, Piranesi, e che queste intuizioni, colte nel momento estremo del loro sfarsi in luce e in ombra, vengano raccolte e ricomposte in “altro” da un ipersguardo lenticolare, consapevole delle successive decomposizioni operate da Bacon, delle urla di angoscia provenienti dalla materia organica straziata e grottesca di quadri come “Study of George Dyer”, “Human Form” o “Innocenzo X”.Biliotti sa che dietro l’angolo della strada che ospita la linda tavola calda di “Mulholland Drive” si incontra la mostrificazione insostenibile della modernità occidentale (ormai non più solo occidentale). Ed è consapevole che la Natura animata di derivazione romantica, con cui il suo sguardo – alterato e distaccato a un tempo - sembra volersi fondere, nasconde un mistero insondabile, una minaccia insita nella sua stessa inafferrabilità (analoga a quella raccontata da King in “La bambina che amava Tom Gordon”).

Così, lo spazio si popola di grumi crudeli di rosso cupissimo contigui alle combustioni di Burri; di bagliori fuggitivi che distruggono il canone di un paesaggio; di binari in fuga entro le vibrazioni della canicola arancione; luoghi marini appena intuibili attraverso la spessa, scura nebbia che li avvolge (probabilmente si tratta dell’ora critica fra notte e alba); di cortecce fitte che invadono il campo visivo come in certi incubi nordici; del bianco e nero di acque infide da noir americano anni ’40; di fantasmi assorti delle celebri “ninfee”; di piogge acide che ci colano sulla pelle e negli occhi per mezzo di bolle o galle, filamenti, grumi di colore marcio.Alla fine, vorremmo poterci davvero incautamente smarrire nella vividezza, lustra e più ombrata al centro, del “bosco giallo” dai tronchi sottili che riassume in sé tutte le lusinghe e le insidie letterarie e figurative del ‘900.

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 14 Giugno 2010 12:44 )  

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