8.3 Il 1995 (impegno)
Carla Martini, a partire da questo anno, moltiplica il proprio impegno all’interno della rivista: ai consueti «Martini Dry», si aggiunge la rubrica sul mondo del lavoro «Prevedere preparando» (già incontrata nella precedente trattazione della “E” di espressione), il cui intento primario è quello di tenere il lettore informato sulle ‘nuove proposte’ del mondo del lavoro, per non lasciarsi cogliere impreparato dal suo cambiamento, ma anzi approfittarne per saper mettere in campo le proprie abilità e passioni. Qui i settori analizzati sono l’agricoltura, l’«Ecobusiness» ed il curioso ma fondamentale impiego della ‘mamma in affitto’, per accudire «circa 250 bambini fino a 14 anni, abbandonati da genitori o in condizioni di non essere accuditi dalla famiglia» (p. 4).
Di grande interesse divulgativo è poi l’intervista di Silvana Grippi al prof. Angelo Baracca (docente di Fisica all’Università di Firenze): un’occasione di riflessione sulla gestione delle conoscenze scientifiche nel mondo contemporaneo, ma, soprattutto, uno sguardo dall’interno sui problemi della didattica della scienza, spesso guidata da ideali scorretti, se non dannosi. «La didattica, secondo me, è un termine brutto, come è brutta la parola divulgazione: si tratta di una crescita collettiva, in fondo, che l’uomo oggi si trova ad affrontare. […] Ogni giorno si tende a creare specialisti sempre più specializzati. Mi ricordo un mio professore, sempre fedele agli slogan, criticando la superspecializzazione verso cui si incamminava la scienza, il quale diceva: “Alla fine sapremo tutto su nulla” […]. Se vogliamo parlare di conoscenza scientifica, dobbiamo fare un salto di qualità, non di quantità, nel controllo di tutte le implicazioni della scienza. Ecco perché sono importanti una crescita collettiva e l’acquisizione di strumenti, soprattutto critici» (p. 8). L’intervista si chiude con le parole preoccupate dello scienziato sul problema del nucleare. Parole che oggi potrebbero suonare stonate, di fronte alla sua recente ‘riabilitazione’, anche all’interno della comunità scientifica. Ma riflettere sul passato ci permette sempre di meglio inquadrare il presente – cogliendone anche gli aspetti intrinsecamente contraddittori. L’intervista si chiude infatti con l’affermazione: «Mi considero sempre un operatore politico» (p. 9). Sembra che oggi questa ‘operatività’, di fronte alle ingerenze del potere politico, sia lentamente involuta in una semplice ‘strumentalità’.
Arricchiscono i campi di impegno di questo numero: l’articolo della psicoterapeuta Alessandra Petrone, «Ma nulla paga il pianto del bambino» (p. 14), che mescola la pura informazione tecnica ad un’acuta polemica dell’attuale assetto sociale; e l’autobiografico «Io e i Rom. Brevi consigli per gli acquisti» di Mariella Menci (p. 15), in cui la storia di vita diviene continua occasione di riflessione sugli usi e costumi (spesso incomprensibili) della comunità Rom, per poi aprirsi in un’analisi dei nostri usi e costumi (spesso ciechi e ottusi di fronte alla diversità – e alla sana novità). Tra gli interventi nella pagina dedicata ai «Fax in redazione» (altra novità di questo anno, ma forse non ben utilizzata, e presto esauritasi), spicca la ‘proposta di sciopero’ lanciata da «Altrispazi»: «Quando guardate la televisione state lavorando: SCIOPERATE!» (p. 20).
Nel secondo numero dell’anno («DEA in rosso») Nicola Muncibì pone le proprie competenze legislative al servizio di un diritto tanto fondamentale quanto spesso sottovalutato: «Il diritto all’immagine e la sua tutela» (p. 6). Un articolo molto tecnico e dettagliato, ma comunque assai utile, in un mondo sempre più dominato dalla logica della ‘pubblicità’ (dei prodotti, ma anche delle singole persone). E all’insegna di pubblicità e televisione sono anche i successivi articoli («Dov’è finita l’informazione?» di Maria Patroni Griffi, p. 7; e «Il fascino discreto della telemagia. Gianni Minà e la TV», intervista di Osvaldo Sabato, pp. 9-10), entrambi impegnati nel tentativo di descrivere le cause e possibili conseguenze l’anomalia italiana – un’anomalia berlusconiana che ancora oggi si mantiene viva (avendo solo perso, nel corso degli anni, l’autocoscienza del proprio carattere ‘anomalo’).
L’apertura della rivista alle difficili realtà sociali contemporanee, è poi confermata dall’articolo di Silvana Grippi, «Culture sommerse» («Da dove arrivano, chi erano e come si sono trasformati oggi i cosiddetti zingari, tizgari/gitani, momuches o rom», p. 13) e dal «Comunicato di Amnesty International», che occupa l’intera pagina 19.
Di forte impegno etico, è poi l’articolo di Ninnj Di Stefano Busà, «La formazione dell’uomo attraverso la sua indagine conoscitiva» (p. 24), un vero e proprio saggio di filosofia morale che, attraverso un’attenta e professionale analisi del pensiero dei grandi filosofi della tradizione occidentale, cerca di individuare la direzione intrapresa dal lungo «percorso ontologico dell’uomo e del suo destino sulla terra», con la coscienza che «il viaggio ai confini del mondo non è mai stato concluso e tenterà di penetrare sempre più gli orizzonti inesplorati, ambigui, intricati del pensiero, per capirne i segreti più nascosti o rivelare i significati e i segni dell’esistere e dell’essere.» L’inesperto in filosofia potrà anche rimanere disorientato da questa prosa intricata e spesso di notevole spessore, ma il lungo tragitto compiuto attraverso la filosofia occidentale giunge alla sua sintesi perfetta della frase conclusiva, che individua in un esistenzialismo di forte matrice kantiana la vera opportunità di rilancio per il lungo percorso di ricerca dell’uomo («tutte le funzioni dell’uomo […] trovano un ideale e accurato concretismo nella necessità perentoria della sostanza intellettuale, riproduttiva dell’energia originaria dell’essere, che completa la sua intuizione nella forma del giudizio e di sintesi dell’unità soggettiva, divenendo oggettiva, dopo averne scoperto e dedotto il postulato unitario del suo grado più alto»).
Voltando pagina, il lettore potrà fortunatamente disincastrare i suoi pensieri e occhi incrociati con l’articolo di Vinicio Tarryal Lari («L’amore per gli animali negli uomini famosi», p. 25), un ricco ed erudito tappeto di citazioni da pensatori, poeti e personaggi celebri, abilmente contrapposto alle «barbarie e crudeltà camuffate sotto il sofisma di spettacolo» che ancora perdurano nella società d’oggi.
All’insegna dell’impegno è tutta la prima parte di «HypnoDEA», suddivisa a grandi linee in tre sezioni, ma decisamente dominata da quella centrale (politica e televisione – come già la copertina anticipava). Si inizia con il problema lavoro, ed ancora Carla Martini continua la propria «indagine su prospettive di lavoro fuori dai canoni standard», con il terzo appuntamento di «Prevedere preparando» (p. 4). Sempre nello stesso ambito, Luigina Scigliano si occupa di un problema apparentemente secondario, ma decisamente spinoso («Retribuzione sì. Retribuzione no. La casalinga svolge un lavoro?», p. 5), mentre Nicola Municibì torna ad offrire le proprie competenze in fatto di leggi, con l’articolo «Il volontariato tra “individualismo e associazionismo”» (ibidem – un problema che tocca da vicino la stessa realtà del centro socio-culturale D.E.A., da sempre guidato da ideali e interessi che vanno molto al di là del semplice e gretto guadagno).
A partire da pagina 6, l’attenzione si concentra invece sul ‘problema televisivo’. Di notevole interesse, a questo riguardo, la doppia intervista all’On. Giulietti e a Michele Santoro, a cura di Osvaldo Sabato («Antitrust – Referendum – Legge Mammì» e «Santoro e RAINVEST – “Abbonato alza la voce”», pp. 6-7): una lunga analisi della ‘anomalia berlusconiana’ nel mondo politico e televisivo degli anni ’90, un invito ad ‘alzare la voce’ contro il progressivo restringersi della libertà d’informazione (e il lettore moderno non può non inquietarsi di fronte all’annosità ed effettiva irrisolvibilità di questi problemi). La centralità di questi argomenti in «HypnoDEA» è confermata dai successivi articoli, tutti ruotanti attorno al mondo della televisione: «Giù le mani dalla TV» di Viviana Verbaro (p. 8), «Una lezione sull’informazione – Lilly Gruber all’Università di Firenze» (n.f., ibidem), «Perché non credere – oltre la RAI e Fininvest» (n.f., p. 12) e «Alle telelibere» di Silvana Grippi.
Sempre nell’ambito politico, si distinguono anche: l’articolo «Mario Primicerio alla guida della città» di Pina Vicario (p. 11), un’entusiastica presentazione del nuovo sindaco di Firenze, che disegna in un rapido schizzo la sua carriera e il suo recente programma di gestione della città; e «Buongiorno, 2000!», breve ma tagliente articolo di Marika Patroni Griffi (p. 10), che disegna le attuali condizioni del mondo del lavoro nelle fabbriche italiane, incattivito dalla paura e dall’odio verso i ‘concorrenti’ extracomunitari, capaci anche di rinunciare ai propri diritti pur di ottenere uno stipendio minimo.
Terzo polo di «HypnoDEA», ma di certo molto ridotto rispetto ai precedenti, è l’apertura alle culture ‘minori’, qui rappresentata dall’articolo di Roby Gramigni «Algeria – Molto poco (a favore della musica perseguitata)» (p. 13), un vero atto di accusa contro il sistema mediatico italiano, che dimostra interesse ai problemi internazionali unicamente nei brevi momenti in cui lo spettacolo (in questo caso, il Festival di Sanremo) veicola l’interesse dell’opinione pubblica.
«DEA in scena» (numero doppio: 4-5), dopo un inizio dedicato specificamente alla realtà fiorentina («Quali sono le condizioni di vita a Firenze?» di Osvaldo Sabato, p. 5; «Sanità sperando che…», diretta testimonianza sulle contraddizioni della sanità pubblica, di Gianni Silvestri, ibidem), si apre poi ai problemi della nazione, in particolare con l’«Intervista a Giuseppe Ayala sui rapporti tra mafia e politica», di Viviana Verbaro (p. 6), accompagnata da un’eloquente vignetta sul «Caso Andreotti».
Nel portare avanti la polemica sulla libertà d’informazione, qui «DEA» si serve ancora una volta della competenza giuridica di Nicola Muncibì («Per un diritto del cittadino ad una libera informazione», p. 7), accompagnata da una esplicita e circostanziata Carta dei «Diritti del cittadino in materia di informazione», a cura di Arci Nova (pp. 7-8).
In linea con l’apertura verso le ‘realtà difficili’ internazionali dimostrata nel numero precedente, Lara Poggi dedica un lungo e dettagliato articolo all’Algeria («Perché parlare dell’Algeria?», p. 20), terra «devastata da molti problemi, primo fra tutti l’integralismo islamico», in cui le donne sono quotidianamente costrette a subire le più terribili vessazioni, che spesso sfociano nel delitto (giustificato dal riferimento alla ‘legge coranica’). E le donne sono protagoniste anche nell’articolo di Marika Patroni Griffi, «Donne: la lunga strada verso la parità (a due mesi dalla conferenza di Pechino)» (p. 19), in cui, intelligentemente, nello stesso fatto che le donne debbano tenere conferenze per garantire i propri diritti, è individuato un segno inequivocabile della forte arretratezza del nostro mondo per quanto riguarda il diritto all’uguaglianza.
In «Diario di un mese importante» (p. 21), Silvana Grippi racconta i propri incontri e le proprie impressioni sugli eventi internazionali, cogliendo l’occasione di questo ‘diario’, per aprire un diretto dialogo con il pubblico: «Dato che mi sento partecipe della vita sociale della città, ecco quindi il resoconto di questi due mesi densi di avvenimenti e di lotte». E così possiamo leggere il resoconto del suo incontro con la scrittrice Taslima Nasrim, rifugiata dal Bangladesh (perché accusata di «essere blasfema»), la storia di Mumia Abu Jamal, condannato a morte in America, oltre a diversi piccoli appunti a fondo pagina di incontri, eventi, opinioni, sensazioni (e: «Non ho spazio per ricordare tutto»).
L’ultimo numero dell’anno, «DEAFocus», dedica l’intera pagina 5 alla didattica: accanto a un Laboratorio di incisione, è presentato il corso di Grafologia, con un interessante articolo di Mariella Braccini («Grafologia. Istruzioni per l’uso»).
Ma il numero si distingue soprattutto per una forte apertura verso la scena internazionale, senza però tralasciare le difficili situazioni di integrazione sociale nel nostro paese. Lara Poggi si dedica agli esperimenti nucleari nell’atollo di Mururoa («Terzo esperimento a Mururoa», p. 6), mentre Elisabetta Giannoni propone i suoi «Spunti dalla Conferenza Mondiale di Pechino della Donna» (p. 7), sviluppando e approfondendo il discorso già iniziato da Marika Patroni Griffi nel numero precedente: «Ma adesso comincia il dopo Pechino anche per tutte e tutti noi: dobbiamo impegnarci per far sì che la piattaforma di azione approvata sia attuata poiché, come sottolinea la dichiarazione delle ONG, solo quando le donne otterranno piena ed eguale partecipazione in tutte le questioni che riguardano il nostro pianeta, la pace potrà essere realizzata e sarà assicurato il benessere di ciascun individuo.» L’Eritrea è invece al centro dei ricordi e delle esperienze di Carmela Abbate, che descrive con forte partecipazione emotiva (ma anche un deciso impegno umanitario) l’incontro con la terra in cui è nata e ha trascorso gli anni della prima infanzia, ma la cui memoria si è persa nel tempo («Eritrea oggi», p. 7).
Un ideale collegamento tra queste immagini di terre lontane e la presente realtà italiana, è rappresentato dall’intervista (a cura di Pina Vicario) ad Abukar Moallim, presidente dell’associazione “Assorto”. Questa associazione dei Somali della Regione Toscana è «nata per affrontare e risolvere i problemi che incontrano i membri dell’associazione nel tessuto sociale e nell’ambiente in cui vivono. Promuove e diffonde la crescita e la formazione morale, sociale, culturale e professionale […]. Gli obiettivi preminenti sono: mantenere vivo il rapporto con la terra d’origine per non perdere l’identità culturale del proprio paese; promuovere iniziative atte a facilitare i processi di integrazione col tessuto sociale in cui si vive; promuovere l’interscambio dei processi culturali» (p. 9). E tutta all’insegna dell’interscambio è questa intervista, in cui, pur nei buoni propositi di fondo, si tenta anche di tracciare un’immagine il più possibile veritiera delle reali condizioni di vita degli immigrati nel tessuto sociale italiano.
Proseguendo lungo questa linea ‘problematica’, a pagina 10 sono i due articoli «Fenomeni di razzismo e xenofobia», di Pio e Isabella Baldelli e «Rom falsi colpevoli», a cura del Movimento Umanista. Il primo unisce il racconto di una vivida esperienza di vita a una circostanziata accusa contro le difficili situazioni di integrazione nel territorio fiorentino, dove gli immigrati sono costretti a vivere in situazioni di evidente disagio, anche a causa dell’insofferenza di molti cittadini, che si rifiutano di averli ‘al proprio fianco’ nel loro quartiere; il secondo è un vero documento programmatico, che tenta di trovare una soluzione al problema della convivenza, «rispettando il principio della reciprocità.»
A pagina 17, si apre poi l’ampio «Inserto speciale sulla ex Jugoslavia», con una serie di articoli tutti dedicati a questa regione, appena uscita (ma per nulla liberatasi) da uno dei momenti più difficili della sua storia recente. L’inserto inizia con un dettagliato resoconto di Osvaldo Sabato («E la storia continua…»), in cui viene ripercorsa nelle sue tappe principali la crisi della Confederazione Jugoslava, attraverso i titoli degli articoli apparsi su “La nazione” di Firenze tra il marzo del 1991 e l’aprile del 1992: «Mentre in Italia si commentano i risultati elettorali delle Politiche dove trionfa la Lega di Bossi, Sarajevo è un inferno, ventimila profughi fuggono in Croazia dove ancora la guerra non è finita. Dalla padella nella brace.» A pagina 18, Mara Baronti presenta poi ai lettori il progetto di aiuti alimentari lanciato dal comune di Firenze alle città di Sarajevo e di Mostar – quest’ultima doppiamente legata alla storia del capoluogo toscano, anche per il celebre ‘ponte vecchio’ che la attraversa (la cui storia, però, è molto più complessa e drammatica: «Firenze/Mostar. Di ponte in Ponte»). Per mantenere aperto anche il versante ‘espressivo’ della rivista all’interno di questo inserto ‘impegnato’, a pagina 19 Antonio Massi presenta il libro di Marco Mathieu, A che ora è la fine del mondo?, racconto di un viaggio in questo paese devastato, visto però tutto attraverso la sua musica e i pensieri dei giovani artisti croati e sloveni: «[…] eppure i testi dei gruppi della ex-Jugoslavia non parlano mai di tank o di battaglie, tutti cantano di come potrebbe essere la vita… tutti cercano di mettere da parte la guerra.» Chiude la sezione il lungo reportage di Carla Martini, “Ferragosto in Bosnia” (pp. 21-22). E anche questa volta la vena satirica della Martini non esita ad applicarsi in una resa vivida e penetrante di una realtà ricca di contraddizioni e violente fratture interne, ma pur sempre caldamente umana, nel suo sottofondo più vero: «Entriamo nella città, tra case devastate e deserte, porte serrate dipinte a colori, stelle di granate nelle vie, i colori autunnali dei soldati slavi, quelli di cielo degli automezzi umanitari. La gente rimasta esce a stringerci la mano, con le donne che piangono, i bambini che s’infilano nel corteo reggendo i nostri striscioni. Sostiamo presso la targa dei giornalisti Rai, caduti. Anch’io cado sul campo, slogandomi una caviglia ai giardini pubblici, malgrado la classe da topmodel con cui un compagno indossa il mio zaino oltre il suo, davanti a una profusione di croci, tutte del 1993, che inondano le aiuole di gerani.» (p.22)
Simone Rebora
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