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Le Langhe di Pavese

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«Le Langhe non si perdono» (I mari del Sud, da Lavorare stanca)

Il paesaggio del fiume Belbo, le colline di Canelli, oggi tanto famose per il vino e l'agriturismo, furono per Cesare Pavese la fonte di quelle immagini assolute che, come in una maledizione, un uomo trascina con sé dall'infanzia alla tomba, dalle quali si può sfuggire tutta una vita, ma che sempre torneranno a riavvolgere in sé la mente di ogni esule in terra straniera. Pavese fu grande ammiratore dell'America, con la sua libertà, i suoi paesaggi sconfinati, le praterie che si aprivano davanti agli occhi dei pionieri come oceaniche distese (e la memoria letteraria si mescola con quella visiva: Pavese, infatti, fu traduttore del melvilliano Moby Dick). Ma il ricordo della terra natia, come un fiore che si dischiude al sole e ricopre il suo stelo, rendeva immensi al confronto gli angusti avvallamenti del paesaggio delle Langhe. E questa immensità trovava realizzazione nella sua trasfigurazione letteraria, in poesie senza tempo come I mari del Sud e in celebri romanzi come Paesi tuoi e La luna e i falò.

La linea principale che si impose nelle rievocazioni di Pavese, fu quella del mito e del simbolismo. Un mito che trovò la sua più alta realizzazione nei Dialoghi con Leucò, un libro eccentrico ma fondamentale, in cui, attraverso dialoghi simbolistico-filosofici, si facevano discorrere tra loro personaggi del leggendario mondo antico (da Orfeo e Mnemosine, fino a Edipo e Circe) a dare una rappresentazione della concezione pavesiana del mondo: ed erano le ragioni del «sangue e terra», a dominare dall'inizio alla fine questa serie di dialoghi, come un ricordo lontano, ormai soppiantato da un 'nuovo ordine di cose', ma pur sempre vivo nelle profondità della memoria (di uomini e dèi).

Ma «sangue e terra» erano stati gli elementi dominante anche nel primo romanzo pavesiano, Paesi tuoi, in cui soprattutto il finale 'sacrificio' della giovane (ma non più pura) Gisella, pur rappresentato in una scena dal più vibrante e straziante realismo, celava una potente carica simbolica: «Ma Gisella tossiva e vomitava sangue, e quel fango era nero» (Tutti i romanzi, Torino, Einaudi, p.73). Queste stesse immagini, infatti, torneranno identiche nella più matura produzione poetica pavesiana, in versi entro i quali si distilla la pura «parola, antica per sangue»: «Terra nera, terra rossa / tu vieni dal mare, / dal verde riarso, / dove sono parole / antiche e fatica sanguigna» (da La terra e la morte). Ma Paesi tuoi fu soprattutto ricordato per il suo simbolismo più smaccato, in particolare nell'immagine fin troppe volte ripetuta della 'collina-mammella', che creava l'illusione di essere, in mezzo alle colline, come sul grembo della Grande Madre Terra.

Il mondo delle campagne piemontesi, insomma, assumeva caratteri di potente e sanguinario vitalismo, ma mai la sua brutalità diveniva maligna, conservando sempre nel profondo un forte senso di genuinità e franchezza. Questo diveniva evidente soprattutto nei tre romanzi del ciclo La bella estate, e particolarmente nel Diavolo sulle colline, frutto di idee a tal punto sviluppate e approfondite, da portare l'autore a dirsi con orgoglio: «hai veramente piantato simboli» (Tutti i romanzi, cit., p. 1048). E, al di là della complessa simbologia sviluppata in questo romanzo breve, ciò che colpisce è la forte opposizione messavi in atto tra il mondo della campagna, in cui le pulsioni si liberano completamente, ma senza privare l'uomo della sua dignità, e quello della ricca borghesia, che nell'inseguire un suo ideale senso di 'selvaticità', in realtà corrompe l'uomo e lo priva della sua integrità vitale. «Il diavolo» sarà appunto Poli, borghese ricco e cocainomane, che sulla collina del Greppo conduce una vita tutta votata all'inanità e al disfacimento, in un ambiguo rapporto senza amore con sua moglie Gabriella, circondato da feste tanto inutili quanto devastanti, e l'immagine definitiva che di lui si imporrà nella memoria del lettore, saranno proprio quegli «occhi come cenere, come brace nella cenere» (Tutti i romanzi, cit., p. 670): gli occhi rossi di un demonio che però, invece di incutere un vero timore, si consuma nel suo stesso inferno.

Ma Il diavolo sulle colline ci offre anche alcuni dei più splendidi momenti descrittivi dello scrittore piemontese. E saranno soprattutto i paesaggi della campagna, ancora una volta, a imporsi all'attenzione del lettore:

«Passai la mattina al grottino del capelvenere. In quel punto il ciglione dava nel cielo, e un canneto nascondeva la pianura. Era un ricordo d'altri tempi, forse lassù c'era stata una vigna. Sulla bocca della grotta mi misi nudo e presi il sole. [...] Mi stupì di trovarmi così nero, quasi nero come gli steli del capelvenere. Pensai molte cose vagando con gli occhi qua e là. Dalla macchia che chiudeva e riparava la radura poteva sbucare qualcuno, ma chi? Non le cuoche, non Poli. Gli spiriti delle rupi e dei boschi, forse, o una bestiola del Greppo – esseri nudi e selvaggi come me. Nel cielo chiaro, sulle canne, la falce bianca della luna dava un'aria magica, emblematica, al giorno. Perché c'è un rapporto tra i corpi nudi, la luna e la terra?» (Tutti i romanzi, cit., p. 645)

«Fu bello uscire nella notte e fermarmi sul ciglione. La musica e il baccano attutiti alle mie spalle, m'isolarono davanti al vuoto della campagna. Pareva di galleggiare tra le stelle» (ivi, p. 667)

Davanti a queste splendide immagini, sembra davvero difficile poter trovare un senso 'altro' alla vita, che non sia già tutto rinchiuso in ciò che si ha sotto gli occhi e che troppo spesso si finge di non vedere. Ma Cesare Pavese fu al contempo conscio delle enormi difficoltà in cui può incorrere l'uomo moderno, nel suo tentativo di riappropriarsi di quelle 'radici' sotterrate da troppi secoli di 'civiltà'. E il suo 'gesto finale', il suicidio in una camera d'albergo torinese nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1950, più che il segno di un fallimento, deve essere anche letto come l'inevitabile conseguenza di una presa di coscienza: la raggiunta consapevolezza di quel divario incolmabile che esiste tra la 'vita vera' (quella che traspare dal «sangue» e dalla «terra») e una 'vita fittizia' di cui comunque non si può fare a meno, se si vuole mantenere vivo un contatto con la società umana, senza chiudersi in una malinconia inesauribile.

«Ripness is all», recita l'epigrafe de La luna e i falò: ma, raggiungere la maturità significa anche perdere il contatto con la propria natura più profonda, scegliere di essere ciò che si sa fin troppo bene di non essere, prostituirsi, tradirsi e pervertirsi; in una parola: VIVERE.

Simone Rebora

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