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Teatro: Va' dove ti porta il clito

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Va’ dove ti porta il clito

di Daniele Luttazzi

Teatro Puccini, Firenze


L’Italia è in crisi economica, sociale, morale e culturale? I prodromi di questa decadenza c’erano già tutti quindici anni fa, ed erano contenuti in un piccolo romanzo che vendette quattordici milioni di copie in tutto il mondo.
Non è tenero con Susanna Tamaro, il comico Daniele Luttazzi, anche perché l’autrice (chiamarla scrittrice sarebbe in effetti temerario) lo denunciò per plagio per la pubblicazione di “Va’ dove ti porta il clito”, parodia onirica e provocatoria, in cui, in alcuni brani, la sostituzione della parola incriminata provocava un effetto comico strabiliante. Non è cavalleresco, il perfido Luttazzi, con la povera Susanna, dileggiata in largo e in lungo e, oltretutto, umiliata in tribunale, ma è rigido nel ribadire il fondamentale solco che c’è tra l’osceno e il volgare.
In quest’epoca di crisi, poi, non poteva mancare una proposta alternativa alla disastrata scuola italiana, con il Corso Rapido di Apprendimento Minimo per Ottenebrati; ecco quindi lezioni surreali come: “La prima guerra mondiale scoppiò perché a Sarajevo Francesco Ferdinando fu preso a scarpate da un anarchico... L'aveva scambiato per Clemente J. Mimum”.
Ma Luttazzi, rispetto agli ultimi spettacoli, preferisce lasciare da parte la politica, confinandola a un ruolo marginale, per concentrarsi su una comicità meno votata alla satira. E’ un caleidoscopio dell’assurdo, del non-sense, della fantasia, che tuttavia non è meno feroce dei soliti riferimenti al mondo attuale. In “Va’ dove ti porta il clito” emerge l’Attore Luttazzi, ovvero la capacità di sfruttare tonalità, gesti, movimenti, e perché no, tic, per raccontare storie subdole e gustose. E ancora di più che in altre messe in scena, sono i tempi, la clamorosa capacità del comico di gestire i tempi delle battute, a essere irresistibili: una storia, poi, una battuta lieve, il pubblico ride, Luttazzi si ferma, aspetta che la platea decanti e finalmente arriva il botto; spietato, in quanto inatteso.
Dietro a questo comico così cosciente del proprio ruolo culturale, così attento agli sviluppi sociali della realtà in cui vive, così eticamente irreprensibile, c’è soprattutto tanto mestiere. Per questo non si può che ridere di gusto, anzi di pancia, a uno spettacolo che senz’altro fa bene alla salute... Nella speranza di non soccombere a quest’Italia, di non essere sopraffatti dall’incubo in cui Cossiga si presenta ai piedi del nostro letto e ci domanda: “Ho la forfora?”


Giulio Gori

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 08 Dicembre 2009 18:43 )  

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