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May 06th
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Teatro: L'attore

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L'ATTORE

di Mario Soldati
Riduzione di Tullio Kezich e Alessandra Levantesi

Regia di Giulio Bosetti
Con Virginio Gazzolo, Antonio Salines, Nora Fuser, Elio Aldrighetti, Alice Redini
Scene e costumi Guido Fiorato, musiche Giancarlo Chiaramello

Teatro della Pegola, Firenze


Quando la corruzione ha avvolto i nostri corpi, quando il tempo ha già ucciso la sincerità degli affetti, sognare rimane ancora un nostro diritto?
Mario Soldati sostiene che la vecchiaia non esista, ma che esista soltanto la vita. E’ una verità evidente, eppure raramente compresa. Se una vecchiaia esiste, infatti, è soltanto nelle nostre recondite prigioni, nei limiti, nei tabù, nelle reticenze colpevoli, nelle paure cui noi stessi ci pieghiamo per tradizione, o forse per pigrizia. Ecco perciò che il marito ha timore di sconfessare il matrimonio, ecco che l’adultero rinuncia a vivere apertamente il proprio desiderio, ecco che l’uomo crea steccati tra sé e il mondo femminile. Come potremmo, infatti, leggere diversamente lo sguardo moralista che condanna l’amata, colpevole del solo fatto di esistere? Nell’immaginario di secoli di conformismo, la donna incarna l’illusionismo maligno della sirena. E il sesso, neanche a dirlo, è satanico; persino la più banale delle libido, in un vecchio che forse altro non può concedersi, è ragione di scandalo e di vergogna. Dal dissidio di Petrarca, passando attraverso secoli di striminzite estetiche religiose, fino alla più recente autoflagellazione freudiana, l’uomo moderno è anzitutto senso di colpa.
E, malgrado, forse, le stesse intenzioni di Soldati e di Bosetti, il centro di questa rappresentazione non è la ventata di nefasta speranza che rapisce un vecchio riscoperto all’amore, ma piuttosto il suo soccombere al disagio. L’ennui romantico, il male di vivere, sono poca cosa di fronte al dolore di chi è incapace di soffocare le proprie suggestioni. Ce lo ha spiegato proprio Freud, l’essere umano si vergogna del proprio piacere. E chi, anche per un attimo, lo dimentica, è destinato a misurarsi con un destino di miseria e di scherno.
Da questo palcoscenico scarno, orfano di Giulio Bosetti ma cornice di un magnifico Antonio Salines, ci arriva una severa lezione: non basta essere attori se non si è capaci di recitare, fino in fondo, anche di fronte a noi stessi.

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