Profezie o fantasticherie? Verità
o esaltanti manipolazioni? Se tutto ha
avuto un inizio dovrà avere per forza anche una fine. Da questo assioma sono
sorte teorie e dicerie sul tramonto del mondo umano. Da Nostradamus al Big
Bang, per arrivare all’ultima, in ordine cronologico. La profezia Maya: il 12 dicembre 2012 calerà il sipario e si
spegneranno le luci. Tutte. Aspettando davvero con ansia tale data, nel
frattempo Hollywood non perde tempo ed inizia ad immaginare. E a produrre. In
attesa di 2012 di Roland Emmerich ( si proprio lui, il
regista di Godzilla, Stargate,
Trasformers,
Ben interpretato da un Nicola Cage sempre verde, nei panni un po’ inconsueti del professore universitario e non nel cattivone di turno, si presenta come un thriller a tratti coinvolgente, un po’ troppo frenetico e con un finale che cade nel retorico.
Nel 1959, gli alunni di una scuola elementare
mettono su carta un futuro immaginato, il mondo dopo 50 anni. Al contrario degli
altri bambini, la piccola Lucinda Embry consegna all’insegnante un foglio
interamente ricoperto da una sequenza numerica. Gli elaborati
vengono chiusi in un cilindro metallico, che viene cementato nel cortile della
scuola.
Nel 2009, nel corso di una cerimonia scolastica appositamente organizzata, il
cilindro viene dissigillato e il foglio di Lucinda capita nelle mani di Caleb
Koestler, figlio di John Koestler, professore di astrofisica al MIT. Quando il
bambino si dimentica di restituirlo e torna a casa con il documento, John si
rende conto che al suo interno si cela una terribile profezia. Una sequenza numerica indicante incidenti e calamità già accadute e
tre ancora a venire. Riuscirà Cage a scongiurare questi terribili incidenti?
La fame di verità da parte di Jhon Koestler, il suo tentativo di comprendere il senso ultimo di quel messaggio è il filo conduttore di tutta la prima parte di Segnali dal futuro; il tutto mescolato con i dubbi e le riflessioni di John in un continuo contrasto tra scienza e fede, tra casualità e predeterminazione, un contrasto che rappresenta l'aspetto metafisico del film che nella seconda parte prende il sopravvento.
Le convinzioni di John piano piano si sgretolano sotto il colpo degli eventi catastrofici. Se prima le cose accadono e basta ora tutto sembra rispondere ad un disegno ben preciso. E la scena finale pare emblematica in tal senso. Il mondo viene distrutto da un ondata di fuoco ma i prescelti, solo due, avranno il compito di rigenerare e creare vita nuova. Il giardino dell’Eden con al centro l’albero del peccato che chiude il film, accompagnato dalla nona sinfonia di Beethoven, rende ancor più melodrammatico e visionario il film.
Simone Grasso
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