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"Il Divo"

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Un film di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo ralli, Giovanni Vettorazzo. Genere Drammatico, produzione Italia 2008, distribuzione Lucky Red, durata 110 minuti. 

 “Grottesco” è l'aggettivo ricorrente nelle recensioni e nelle opinioni di vari critici per descrivere l'ultimo film di Paolo Sorrentino, “Il Divo”, uscito nelle sale il 28 maggio. La categoria estetica del grottesco ha una lunga e dibattuta tradizione e nell'ampiezza semantica della definizione di grottesco si nascondono spesso imprecisioni o deformazioni storiche. Perché il film “Il Divo” viene definito grottesco? A cosa ci si riferisce con questa parola? A quale aspetto del film? Alla sua forma o al tema trattato? Evitando di perderci in vaghe ed accademiche definizioni, se sostituiamo alla parola grottesco la parola “deforme” ci avviciniamo di più all'essenza estetica del film ed al contenuto storico di cui il regista ci propone un, seppur soggettivo, resoconto fattuale. Se all'aggettivo “deforme” aggiungiamo poi l'aggettivo “indeterminato” allora la categoria del grottesco assume una valenza più specifica in relazione al film. Paradossalmente infatti è proprio l'indeterminatezza a delineare più marcatamente i confini all'interno dei quali il regista Paolo Sorrentino ha voluto ritrarre la figura umana e politica di Giulio Andreotti e, con lui, di tutta una storia d'Italia che dura da più di trent'anni e che sarebbe da ingenui ritenere conclusa con la scomparsa del “divo Giulio” dalle prime linee della attuale scena politica italiana. I limiti del potere che Andreotti ha avuto durante la sua lunghissima e brillante carriera politica non sono decifrabili, il confine tra la politica e la mafia, tra il lecito e l'illecito, tutto diventa labile ed oscuro, “deforme”. Il ruolo di Andreotti e con lui della sua “corrente” nella politica italiana, dal rapimento di Aldo Moro fino ai primi anni novanta, ha avuto proporzioni mostruose delle quali il film ci dà la misura senza al contempo svelarne i meccanismi. Il regista, messosi di fronte ad un tema così “complesso”  (aggettivo anch'esso indeterminato e vago ma a quanto pare opportuno quando si parla di Andreotti e del potere politico che ha a lungo rappresentato), ha intelligentemente scelto di attenersi ai fatti, o meglio, all'assurda visibilità della loro assenza. Gli efferati delitti di quegli anni, dall'uccisione di Ambrosoli fino alla strage di Capaci, nascondono più o meno efficacemente legami col potere politico, ne sono la conseguenza più o meno diretta, ma ancora oggi, a distanza di anni, stabilire le effettive responsabilità giuridiche dei colpevoli è impossibile. L'Andreotti di Sorrentino dice di avere, oltre ad uno spiccato senso dell'umorismo, anche un archivio al cui solo nome chi deve tacere improvvisamente tace. Dietro alle due armi del silenzio (proprio e altrui) e dell'ironia, l'impenetrabile Andreotti ha nascosto, beffardo, i fili da burattinaio con cui ha manovrato la storia italiana negli anni del suo potere politico. Non è possibile fare chiarezza su molte cose, questo film non può e non vuole farlo. Ma il potere della finzione e dell'arte sta proprio nell'avere un contenuto di verità a prescindere dalla propria fedeltà ai fatti, e le molteplici allusioni ai collegamenti tra Andreotti e la mafia, l'uso sapiente della fotografia, cupa e notturna, così come quello della musica, di cui Sorrentino aveva già dato prova di essere un maestro nei suoi tre film precedenti, e che in questo film spesso stride nella sua leggerezza rispetto alla gravità dei fatti rappresentati, tutto ciò contribuisce a lasciare nello spettatore una sensazione di grigia e minacciosa indeterminatezza. Si avverte l'enorme pericolosità del potere incarnato da Andreotti, peraltro amplificata dalla convinzione del “divo” di agire secondo la volontà di Dio. Resta in sospeso e indeterminato, inoltre, anche il giudizio morale non sul ruolo politico, ma sulla figura umana di Andreotti. La scelta di un attore come Toni Servillo d'altronde non è ingenua e ancora una volta, in modo sempre più convincente, l'attore è riuscito a dare profondità psicologica e umana al personaggio che incarna seppure dietro la maschera immobile di Andreotti: emblematica la scena di lui e sua moglie davanti alla televisione mentre ascoltano Renato Zero cantare “I migliori anni della nostra vita”, istantanea perfetta dell'assenza di emotività e comunicazione, di una umanità bloccata, estinta.

 
Davide Barbuscia - DEApress 

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