Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo
Regia di Steven Spielberg, Sceneggiatura di David Koepp. Con Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Karen Allen, Ray Winstone, John Hurt. USA, 125', 2008.
Arriva nei cinema a quasi venti anni di distanza la quarta tappa (doppiata malissimo) della saga dell’archeologo avventuriero.
Siamo nel 1957, Indiana è un po’ più vecchio e un po’ più bolso, ma ha da vedersela con la guerra fredda, i sovietici, il maccartismo, la bomba atomica, Roswell, il Perù, gli Incas, i Maya, le sabbie mobili, le formiche giganti, gli alieni, il paranormale, le piramidi egizie e le dimensioni parallele.
Abiatuati a una saga fantasiosa e positivamente infantile, che sapeva giocare sulle variazioni di ritmo, tra avventure e ricerche, tra pause di grande tensione e momenti di pura azione, stavolta ci troviamo di fronte a una sorta di rave hardcore, in cui la musica procede a ritmo esasperato, senza cambiamenti e senza la possibilità di respirare. Un film ben costruito, specie se si tratta di un thriller avventuroso, dovrebbe saper procedere secondo uno schema di progressione, o di più progressioni. Hitchcock, maestro della supense, avrebbe avuto parecchio da eccepire.
Questa commedia, perché altro non è, è piena zeppa di anacronismi, assurdità, incongruenze: quando Spielberg punta esplicitamente sul paradosso, ci si diverte e si ride; a tratti davvero tanto: come quando Indiana si salva dall’esplosione atomica rifugiandosi in un frigorifero piombato, fa lo spavaldo entrando in biblioteca con la motocicletta, o si comporta da professore pedante mentre viene risucchiato dalle sabbie mobili (anzi secche). Il problema nasce quando vorrebbe fare sul serio e finisce invece per far la figura dei fesso: perché nel film, di credibile, o attendibile che dir si voglia, ci sono solo i titoli di coda.
Regia di Steven Spielberg, Sceneggiatura di David Koepp. Con Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Karen Allen, Ray Winstone, John Hurt. USA, 125', 2008.
Arriva nei cinema a quasi venti anni di distanza la quarta tappa (doppiata malissimo) della saga dell’archeologo avventuriero.
Siamo nel 1957, Indiana è un po’ più vecchio e un po’ più bolso, ma ha da vedersela con la guerra fredda, i sovietici, il maccartismo, la bomba atomica, Roswell, il Perù, gli Incas, i Maya, le sabbie mobili, le formiche giganti, gli alieni, il paranormale, le piramidi egizie e le dimensioni parallele.
Abiatuati a una saga fantasiosa e positivamente infantile, che sapeva giocare sulle variazioni di ritmo, tra avventure e ricerche, tra pause di grande tensione e momenti di pura azione, stavolta ci troviamo di fronte a una sorta di rave hardcore, in cui la musica procede a ritmo esasperato, senza cambiamenti e senza la possibilità di respirare. Un film ben costruito, specie se si tratta di un thriller avventuroso, dovrebbe saper procedere secondo uno schema di progressione, o di più progressioni. Hitchcock, maestro della supense, avrebbe avuto parecchio da eccepire.
Questa commedia, perché altro non è, è piena zeppa di anacronismi, assurdità, incongruenze: quando Spielberg punta esplicitamente sul paradosso, ci si diverte e si ride; a tratti davvero tanto: come quando Indiana si salva dall’esplosione atomica rifugiandosi in un frigorifero piombato, fa lo spavaldo entrando in biblioteca con la motocicletta, o si comporta da professore pedante mentre viene risucchiato dalle sabbie mobili (anzi secche). Il problema nasce quando vorrebbe fare sul serio e finisce invece per far la figura dei fesso: perché nel film, di credibile, o attendibile che dir si voglia, ci sono solo i titoli di coda.
Giulio Gori
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