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Falling Man

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Keith Neudecker si allontana dalle torri, una valigetta in mano, la camicia impregnata di sangue, frammenti di vetro sul viso e cenere in gola. Il mondo non è attorno a lui, il mondo è lui, “la torre nord che crollava era lui”, è lui la gente che fugge e grida, è lui l'uomo che si getta da trecento metri di altezza per evitare di morire bruciato vivo. “Il futuro era questo, il futuro c'è appena stato”. Keith si allontana tra donne che gridano, persone che guardano in alto a bocca aperta, frammenti di materiali irriconoscibili, fogli di carta taglienti che planano sospinti da chissà quale assurda legge fisica. Nel caos di questo futuro diventato passato Keith “cominciò a vedere le cose, per qualche motivo, in modo diverso. Non parevano pregnanti come al solito, le strade lastricate, i fabbricati in ghisa. C'era qualche mancanza cruciale nelle cose intorno a lui. Erano incompiute, per così dire. Erano inosservate, per così dire. Forse era quello l'aspetto che avevano le cose quando non c'era nessuno che le vedesse”. Il mondo, sovraesposto, nella sua nudità.
Nell'ultimo romanzo di Don DeLillo “L'uomo che cade” (titolo originale Falling Man) pubblicato da Einaudi, lo scrittore riconosciuto da molti come il più importante romanziere americano vivente affronta un tema forse ancora troppo incandescente, troppo vero per diventare “fictional” e quindi fittizio, costruito in quella terra di nessuno che sta tra il vero e l'immaginato, quella dimensione epistemologica per così dire “a metà” che è etichettata come letteratura postmoderna. Una terra di nessuno, o meglio, quello spazio sospeso a mezz'aria dove le cose non sono né vere né false, né buone né cattive, ma fluttuano. Nel rumore del crollo delle torri gemelle che rappresenta  forse il vero squarcio nella parete sonora di quel Rumore Bianco (1985) di cui DeLillo già presagiva l'impellente esplosione, un'immagine in slow motion e come in sordina cattura lo sguardo allucinato del protagonista: “Poi ci fu un'altra cosa, fuori da tutto questo, qualcosa che non c'entrava, su nel cielo. La osservò scendere. Dall'alto del fumo sbucò una camicia, una camicia che risalì e fluttuò nella poca luce, per poi di nuovo cadere giù verso il fiume”. Il volo di una camicia che cade, una sferzata ritmica in controtempo che ci dà la misura della tragica scomparsa dei corpi, del silenzio dell'anonimato che forse questa immagine da sola basterebbe a rappresentare, senza ulteriori commenti. I protagonisti del romanzo dopo la caduta delle torri non riusciranno a tornare alle loro solite vite, ma continueranno a fluttuare, appunto, senza nessuna meta precisa, tra paure e buoni propositi, costretti al ruolo di spettatori delle cadute private delle loro esistenze. L'undici settembre diventa lo scomodo perno attorno al quale i personaggi di questo romanzo, e con loro l'intera cultura occidentale, devono ricostruire la loro identità. Ma questo processo di ricostruzione nel romanzo di DeLillo si riduce ad un atto di resistenza, un tentativo disperato di preservare il senso del quotidiano, del normale, mentre tutto minaccia di dissolversi come le coscienze dei malati di Alzheimer a cui Lianne (moglie di Keith) tiene dei corsi di scrittura creativa. E a ben vedere è proprio questa la verità che questo romanzo ci costringe ad affrontare: il senso di minaccia continua a pervadere le nostre vite, ma la minaccia è stata già consumata, “il futuro c'è appena stato” e ancora oggi, a distanza di quasi sette anni dall'undici settembre, facciamo fatica a capirlo.
Il mistero delle nature morte di Giorgio Morandi, che Lianne e Martin, il compagno di sua madre, scrutano alla ricerca di un significato segreto, nascosto tra i contorni irregolari, è quello di una natura spoglia, distaccata, vera e propria reliquia circondata dall'alone mistico del nulla, una natura morta sopravvissuta all'oblio. “Il dipinto in questione raffigurava sette o otto oggetti, i più alti disposti contro un ruvido sfondo color ardesia. Gli altri, scatole e biscottiere di latta tozze, staccavano in massa sul retro più scuro. L'intero gruppo, in prospettiva disomogenea e colori perlopiù smorzati, emanava una strana sorta di austera potenza. Lo guardarono insieme. Due degli oggetti erano scuri e cupi, con segni fumosi e sbavature, e uno dei due era parzialmente coperto da una bottiglia a collo lungo. La bottiglia era una bottiglia, bianca. Era ai due oggetti scuri, troppo vaghi per essere identificati, che Martin si riferiva. - Tu che cosa vedi? - le chiese. Lei vedeva ciò che vedeva lui. Vedeva le torri”. La minaccia persiste, diventa un'ossessione per Lianne, forse il personaggio più colpito dagli eventi, nonostante il vero sopravvissuto sia Keith, suo marito. Ed è proprio Lianne che assiste casualmente alle esibizioni di un artista, “the falling man”, appunto, che in giacca e cravatta si lancia a testa in giù da palazzi e ponti di New York attaccato ad una fune, ricordando la celebre foto di Richard Drew in cui uno dei tanti “jumpers” delle torri precipita verso il basso con un ginocchio e un braccio leggermente piegati, come se camminasse capovolto su una superficie oramai immaginaria, quella che tutti fino a quel giorno consideravamo la stabile solidità delle cose, la certezza del “passo dopo passo”. Dopo l'undici settembre i significati si perdono, “volteggiano e si piegano al vento, al riparo dai commenti autorevoli”. Don DeLillo in questo romanzo dimostra tutta la delicatezza con cui un tema così presente, così vivo, può essere trattato, ricordato, senza commenti autorevoli, appunto, lasciando le cose nella loro fin troppo evidente ambiguità, rinunciando a qualsiasi presa di posizione dai risvolti politici o ideologici, abbandonando la scrittura alla matura consapevolezza del suo stile.
Quello che resta nelle coscienze dei personaggi, e del lettore, è il dubbio, la paura di aver sbagliato qualcosa e che l'errore sia oramai irrimediabile. In quella forma di terrore ovattato che alla fine del romanzo è diventata la vita di Lianne, la speranza e la disperazione sono la stessa cosa e la ricerca di una spiegazione o di una consolazione su cui ripiegarsi è la religione della nostra epoca, il bisogno di una voce autorevole che continua a negarsi dicendosi: “Pensava che fosse proprio la presenza aleggiante e possibile di Dio a creare nell'anima la solitudine e il dubbio e pensava anche che Dio fosse la cosa, l'entità esistente al di fuori dello spazio e del tempo, che risolveva questo dubbio nel potere tonale di una parola, di una voce. Dio è la voce che dice: Io non ci sono”.

Davide Barbuscia - DEApress

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