I 39 scalini
di John Buchan
riduzione teatrale di Patrick Barlow
traduzione e adattamento di Antonia Brancati
regia di Maria Aitken
con Franco Oppini, Nini Salerno, Barbara Terrinoni, Urbano Barberini
scenografia di Ludovico Riario Sforza, costumi di Tony Gonzales, luci di Stefano Pirandello, suono di Mic Pool
Dal romanzo del 1915 di John Buchan, al film di Hitchcock del 1935, fino a questa riduzione in forma di commedia per quattro attori, diretta e proposta in tutto il mondo dalla stessa regia. E’ la storia di Richard Hannay, un affascinante gentiluomo, catapultato in un vortice di spie e di seduzioni, nel tentativo, naturalmente riuscito, di salvare le sorti dell’Inghilterra.
Invenzioni, elementi scenici in quantità industriale che vengono rapidamente portati sul palco e altrettanto magistralmente fatti sparire, giochi di ombre cinesi, citazioni cinematografiche, attori che svariano tra i caratteristi e le macchiette. Franco Oppini e Nini Salerno (malgrado i ruoli, i reali protagonisti) si divertono nel mettere in scena un’infinità di maschere e di trovate. Tutti e quattro gli attori recitano sopra le righe, benché , a differenza degli altri, Barberini-Hannay sia più controllato al fine di manifestare quell’indolenza tipica del dandy vissuto.
Si gioca sull’avanspettacolo, talvolta con eccessiva semplicità, talvolta con garbo e intelligenza: i paradossi della sceneggiatura, le disunità e di luogo e di tempo, le musiche, le luci, gli elementi scenici che si muovono al posto delle persone sono utilizzati per creare effetto comico, alla stregua della tradizione cinematografica di un Chaplin o di un Buster Keaton. Manca, senza dubbio, la fondamentale capacità di quei grandi registi di penetrare con acume e cattiveria nei processi sociali e psicologici, nei meccanismi del potere, ma c’è un’analoga inclinazione a creare ilarità attraverso meccanismi non verbali.
C’è del resto un sapore plautino nello scambio continuo dei ruoli all’interno della stessa scena. Qui la parola e la tonalità contano relativamente, mentre l’abito e il gesto emergono protagonisti. Alla finezza si sostituisce l’efficacia perché, giustamente, il genere comico ha bisogno di forza e di immediatezza, più che di precisione.
Ne esce fuori un lavoro frivolo, ma piacevole, che esclude sia tensione di Hitchcock, sia lo studio raffinato dei personaggi: ma, in fondo, va riconosciuto il merito della compagnia di prendersi poco sul serio, di aver rinunciato alla mitizzazione dei personaggi (e del teatro), di averli messi in berlina, dal primo all’ultimo. Un esempio utile per la televisione, dove ormai imperversa il modello logoro del comico che scherza e della spalla che fa finta di non crederci neanche un po’.
Al Teatro della Pergola fino a domenica 30 marzo 2008.
riduzione teatrale di Patrick Barlow
traduzione e adattamento di Antonia Brancati
regia di Maria Aitken
con Franco Oppini, Nini Salerno, Barbara Terrinoni, Urbano Barberini
scenografia di Ludovico Riario Sforza, costumi di Tony Gonzales, luci di Stefano Pirandello, suono di Mic Pool
Dal romanzo del 1915 di John Buchan, al film di Hitchcock del 1935, fino a questa riduzione in forma di commedia per quattro attori, diretta e proposta in tutto il mondo dalla stessa regia. E’ la storia di Richard Hannay, un affascinante gentiluomo, catapultato in un vortice di spie e di seduzioni, nel tentativo, naturalmente riuscito, di salvare le sorti dell’Inghilterra.
Invenzioni, elementi scenici in quantità industriale che vengono rapidamente portati sul palco e altrettanto magistralmente fatti sparire, giochi di ombre cinesi, citazioni cinematografiche, attori che svariano tra i caratteristi e le macchiette. Franco Oppini e Nini Salerno (malgrado i ruoli, i reali protagonisti) si divertono nel mettere in scena un’infinità di maschere e di trovate. Tutti e quattro gli attori recitano sopra le righe, benché , a differenza degli altri, Barberini-Hannay sia più controllato al fine di manifestare quell’indolenza tipica del dandy vissuto.
Si gioca sull’avanspettacolo, talvolta con eccessiva semplicità, talvolta con garbo e intelligenza: i paradossi della sceneggiatura, le disunità e di luogo e di tempo, le musiche, le luci, gli elementi scenici che si muovono al posto delle persone sono utilizzati per creare effetto comico, alla stregua della tradizione cinematografica di un Chaplin o di un Buster Keaton. Manca, senza dubbio, la fondamentale capacità di quei grandi registi di penetrare con acume e cattiveria nei processi sociali e psicologici, nei meccanismi del potere, ma c’è un’analoga inclinazione a creare ilarità attraverso meccanismi non verbali.
C’è del resto un sapore plautino nello scambio continuo dei ruoli all’interno della stessa scena. Qui la parola e la tonalità contano relativamente, mentre l’abito e il gesto emergono protagonisti. Alla finezza si sostituisce l’efficacia perché, giustamente, il genere comico ha bisogno di forza e di immediatezza, più che di precisione.
Ne esce fuori un lavoro frivolo, ma piacevole, che esclude sia tensione di Hitchcock, sia lo studio raffinato dei personaggi: ma, in fondo, va riconosciuto il merito della compagnia di prendersi poco sul serio, di aver rinunciato alla mitizzazione dei personaggi (e del teatro), di averli messi in berlina, dal primo all’ultimo. Un esempio utile per la televisione, dove ormai imperversa il modello logoro del comico che scherza e della spalla che fa finta di non crederci neanche un po’.
Al Teatro della Pergola fino a domenica 30 marzo 2008.
Giulio Gori
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