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“I Masnadieri” secondo Lavia

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I MASNADIERI
di Friedrich Schiller

con Francesco Bonomo, Fabio Casali, Daniele Ciglia, Michele De Maria, Filippo De Toro, Davide Gagliardini, Gianni Giuliano, Daniele Gonciaruk, Marco Grossi, Andrea Macaluso, Luca Mannocci, Luca Mascolo, Giulio Pampiglione, Cristina Pasino, Giovanni Prosperi, Alessandro Scaretti, Carlo Sciaccaluga, Simone Toni

scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Franco Mussida
luci Simone De Angelis
regia
Gabriele Lavia

TEATRO DELLA PERGOLA
da martedì 31 gennaio a mercoledì 8 febbraio 2012

(Lunedì 6 febbraio riposo)

La tragedia schilleriana portata in scena da Gabriele Lavia conferma tutta la potenza di un testo senza tempo, capace di avvincere e poi annientare lo spettatore nel passaggio di due scene, attraverso lunghi monologhi filosofici, ma anche nelle improvvise e violente esplosioni dell’azione. Con questi “Masnadieri”, Lavia si è impegnato a trovare l’ideale punto di partenza per una compagnia “giovane” (la Giovane Compagnia del Teatro di Roma), battezzando la sua prima tournée “con uno spettacolo ‘agile’, appassionato e di grande presa”.

Intento riuscito, si può liberamente dire, valutando l’accoglienza del pubblico alla “prima” della Pergola: le scosse dell’azione – e lo splendido finale – scuotono sulle poltroncine come le molte salve scoppiate sul palco; i canti punkeggianti di Amalia e i ritmi a più chitarre della banda dei banditi (ma anche di Franco Mussida, ex chitarra della PFM) invitano alla sintonia e alla più immediata condivisione. Ma occorre notare che Lavia non sempre gioca “correttamente” con il suo grande modello: le modifiche apportate non stravolgono alla base il testo schilleriano, ma s’impegnano piuttosto a renderlo più accattivante, ad alzarne a tratti il ritmo. Tipico esempio di questa pratica è il cambiamento del finale (che qui, per ovvi motivi, mi astengo dal citare): cambiamento di non piccolo conto, ma che conferma il messaggio profondo dell’opera, vera tragedia a tutto tondo, che condanna sia le perversioni del potere, sia i rischi di un abbandono alla più assoluta libertà.

Nell’impianto scenico, l’opera resta godibilissima, e l’essenzialità dell’allestimento si accompagna ad un’attenta cura dei giochi di luci (luci che non a caso divengono parte determinante dello scenario). Ottima la prova di tutti gli attori ed in particolare dei tre protagonisti, in alcuni casi un po’ sopra le righe, ma abili a rappresentare quel senso di eccesso che domina da cima a fondo il dramma schilleriano. Una nota particolare merita la forte connotazione “canora” di questa rappresentazione: tante le chitarre che passano di mano in mano, molti i monologhi accompagnati dagli arpeggi unpugged degli stessi monologanti. E non di rado Karl Moor si siede accanto al microfono, chitarra in mano, sussurrandovi le sue notturne meditazioni. Arricceranno il naso, i puristi della forma classica, ma questo uso un po’ pacchiano dei nuovi strumenti tecnologici offre se non altro molti spunti di riflessione. E se il teatro, per mantenersi vivo, dovrà in primo luogo saper restare “giovane”, ogni apparente caduta di stile non dovrà essere letta per forza come un passo indietro nella sua evoluzione.

Per DEApress, Simone Rebora

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