La beffa del grasso legnaiuolo
di Angelo Savelli. Con Carlo Monni, Lorenzo Bolognesi, Andrea Bruno Savelli, Ludovico Fededegni, Leonardo Paoli, Massimo Grigò e Massimiliano Galligani.
Cortile del Museo del Bargello - Firenze
La «novella del grasso legnaiuolo» è l’antica leggenda fiorentina che attribuisce a Filippo Brunelleschi l’invenzione di una delle beffe più divertenti e ciniche della storia della città: far credere a un citrullo di essere qualcun altro a forza di ripeterglielo. Una zingarata con cui Angelo Savelli riporta in scena Carlo Monni, a venticinque anni dalla prima versione teatrale. Ma, stavolta, l’impostazione classica della prima recita viene lasciata fuori dal cortile del Bargello, per dare spazio a una lettura più leggera, più corale e decisamente attenta al vocabolario e ai richiami contemporanei. La fiorentinità emerge così in tutta la sua ruvidezza: una lingua feroce, lessicalmente ricchissima e altrettanto oscena, personaggi che oscillano tra l’aristocratico e il picaresco, come nel più tipico bovarismo toscano, e, soprattutto, un vivace anticlericalismo che si traduce in battute di una tale violenza che solo un gigante (in tutti i sensi) come Carlo Monni potrebbe passarla liscia.
Non senza stupore, in quest’opera agile e brillante, sono i tempi a risultare talvolta troppo lenti: qualche ridondanza nei passaggi didascalici tende a infiacchire qua e là la forza della recita; e tuttavia, la freschezza dei dialoghi riesce, al contrario, a dare grande vivacità alla «beffa». La recita si regge soprattutto su un navigatissimo Carlo Monni, che pur afono, domina la scena grazie a un grande mestiere: diversamente dal solito, non è straripante, fuori dalle righe, non spinge sull’acceleratore del grottesco; piuttosto, c’è in lui una vena di malinconia, una recitazione molto calibrata, che si accende a brevi fiammate, ma che di volta in volta si ricompone con una vena di nostalgica spossatezza. A fargli da contraltare, l’esuberante – e eccellente prova – di Massimo Grigò, che invece si diverte da matti a giocare con l’esagerazione e il paradosso. Un po’ meno bene, per usare un garbato eufemismo, va invece il resto della compagnia, più attenta alle leziosaggini che a recitar sul serio. Anche perché, con un vizio tutto cinematografico, pare che la selezione della truppa sia dipesa più dalla grazia di un volto che dalle effettive qualità di attore.
Resta il fatto, però, che malgrado qualche difettuccio, con questa «beffa» si ride di gusto. «Vi siete divertiti?» chiede un Monni completamente madido alla fine della fatica (per la verità, affrontata quasi sempre seduto). E se gli si domanda il perché di questo ritorno alla «beffa» dopo ben venticinque anni, il buon Manetto Ammanatini – meglio noto come Bozzone, o Vitellozzo – sorride sincero e ti risponde con beata innocenza e lapalissiana verità: «Perché ne avevo voglia». Guai a chiamarla passione: certe affettazioni i’Monni proprio non le sopporta.
Non senza stupore, in quest’opera agile e brillante, sono i tempi a risultare talvolta troppo lenti: qualche ridondanza nei passaggi didascalici tende a infiacchire qua e là la forza della recita; e tuttavia, la freschezza dei dialoghi riesce, al contrario, a dare grande vivacità alla «beffa». La recita si regge soprattutto su un navigatissimo Carlo Monni, che pur afono, domina la scena grazie a un grande mestiere: diversamente dal solito, non è straripante, fuori dalle righe, non spinge sull’acceleratore del grottesco; piuttosto, c’è in lui una vena di malinconia, una recitazione molto calibrata, che si accende a brevi fiammate, ma che di volta in volta si ricompone con una vena di nostalgica spossatezza. A fargli da contraltare, l’esuberante – e eccellente prova – di Massimo Grigò, che invece si diverte da matti a giocare con l’esagerazione e il paradosso. Un po’ meno bene, per usare un garbato eufemismo, va invece il resto della compagnia, più attenta alle leziosaggini che a recitar sul serio. Anche perché, con un vizio tutto cinematografico, pare che la selezione della truppa sia dipesa più dalla grazia di un volto che dalle effettive qualità di attore.
Resta il fatto, però, che malgrado qualche difettuccio, con questa «beffa» si ride di gusto. «Vi siete divertiti?» chiede un Monni completamente madido alla fine della fatica (per la verità, affrontata quasi sempre seduto). E se gli si domanda il perché di questo ritorno alla «beffa» dopo ben venticinque anni, il buon Manetto Ammanatini – meglio noto come Bozzone, o Vitellozzo – sorride sincero e ti risponde con beata innocenza e lapalissiana verità: «Perché ne avevo voglia». Guai a chiamarla passione: certe affettazioni i’Monni proprio non le sopporta.
Giulio Gori
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