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Teatro: Anestesia Totale

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Anestesia totale

di Marco Travaglio. Regia: Stefania De Santis.

Con Marco Travaglio e Isabella Ferrari.
Musiche dal vivo di Valentino Corvino. Luci: Stefano Delle Piane.

Teatro romano di Fiesole


«La più grande rivoluzione sta nel ristabilire la verità delle parole». Di fronte alla relativizzazione di tutte le cose, alla rottura di ogni possibile definizione del reale, all’opinionizzazione di qualsiasi conoscenza acquisita, anche il più strenuo difensore dell’inammissibilità di un pensiero obiettivo deve soccombere alla verità di Marco Travaglio: oggi, in Italia, c’è urgente bisogno di ristabilire i fatti. Del resto, «c’è chi nasconde i fatti anche a se stesso, perché sennò gli tocca cambiare idea».
E’ «un paese cfloroformizzato», l’Italia, vittima di «un colpo di Stato al rallentatore». Tra l’incubo del Minzulpop («Minzolini è un giornalista autonomo e indipendente, lui non si lascia assolutamente condizionare dalle notizie») e le «cazzate condivise» del nostro parlamento, inizia così un viaggio nel grottesco tra politica e informazione. Travaglio non si scompone, neppure suda, come direbbe Beppe Grillo, e gioca abilmente con i carichi da quaranta che la stupefacente comicità del reale gli offre su un piatto d’argento: la sua capacità narrativa è talmente efficace che arriva leggera come un soffio, senza annoiare, incalzante ma pacata, sedula, ma mai avvolta dal pur minimo filo di livore. Del resto, la carrellata delle maschere di cera che offrono la politica e il giornalismo italiano è già comica di per sé. Perciò c’è solo l’imbarazzo della scelta, e le gag si sprecano una dietro l’altra. Quel che di Travaglio stupisce in positivo è la sapiente abilità di giocare sul grottesco delle situazioni narrate, senza tuttavia scadervi, anzi, mantenendo un rigore eufemistico che finisce per rafforzare ancor di più la vis comica.
In mezzo a giornali strappati da una piccola edicola e sbattuti malinconicamente per terra, e alla splendida musica elettronica di Valentino Corvino, c’è poi, una bellissima Isabella Ferrari, vestita come la Susi, la protagonista degli indovinelli della «Settimana Enigmistica», che traduce i geroglifici di una realtà inafferrabile attraverso la splendida penna di Montanelli: è lei che omaggia il maestro del giornalismo, a dieci anni esatti dalla morte, con la lettura di alcune delle sue pagine più mirabili. Dieci, venti, trenta anni fa e anche oltre, fino al ’56 e alla resistenza operaia di una Budapest sovietizzata, i racconti di Montanelli sono affetti da una vena di malinconia risorgimentale che li rende talvolta troppo antichi, politicamente d’antan con i suoi piccoli e grandi conservatorismi, ma vivono tuttavia nel nitore della fermezza etica, che non si limita alla banale ostentazione di una morale civica, ma va oltre, perché si fa carne e ossa grazie al coraggio, al rigore e all’onestà del giornalismo stesso. Certo, la stessa Ferrari ha un piccolo inevitabile cedimento, quando è costretta a chiudere la serata leggendo con finta estasi le scellerate poesie di Sandro Bondi: di fronte all’ode dedicata a un sarcofago vivente come Fabrizio Cicchitto, anche lei si ritrova a sghignazzare per quel che, suo malgrado, appare come un improbabile, quanto ridicolo coming out omosessuale tra due vecchie beghine dal ventre molliccio (e dal vocabolario sconveniente).

Giulio Gori

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