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Teatro: La sirena

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LA SIRENA


dal racconto «Lighea» di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Drammaturgia di Luca Zingaretti.

Lettura di Luca Zingaretti. Musiche composte da Germano Mazzocchetti.

Teatro della Pergola



La parte più fiorente della mitologia siciliana si volge verso il mare, al suo mistero, alla sua indefinita meraviglia, al suo straordinario potere. Giuseppe Tomasi di Lampedusa con la sua «Lighea» profitta di questo sterminato tesoro azzurro per raccontare una storia di rimpianti e di nostalgia: una parabola di de-formazione, un’innocenza perduta, tra spiritualità e carnalità, che ci introduce a un vecchio intellettuale incarognito dalla propria misantropia, ma anche capace di regalare un incantesimo, un momento di passione estatica, attraverso il meraviglioso congegno del ricordo.
Luca Zingaretti, ripristinando il titolo «La sirena», scelto dal suo stesso autore quand’era ancora in vita, racconta lo strano incontro, a un tavolino di un caffè grigio in una grigia Torino di epoca fascista, tra due borghesi frustrati, un giovane giornalista scottato dalla propria poligamia e depresso, e un fine intellettuale grecista in pensione, di eccezionale intrattabilità. L’incontro-scontro tra due diverse idiosincrasie genera un parto inatteso, ovvero un racconto che schiude ai segreti di una storia d’amore travolgente, tra sogno e realtà, in cui sensualità e platonicità si uniscono in un’unico nobile sentimento.
Zingaretti, ormai avvezzo al dialetto siciliano, gioca con una lingua molto più lieve e meno aspra rispetto al suo «Montalbano». Ne esce una lettura convincente e appassionante, che colpisce nella sua capacità di muoversi tra i diversi registri, alternando cinismo e dolcezza, sentimentalità e sarcasmo.
Spettacolo nello spettacolo, è assai divertente osservare il pubblico della Pergola, quasi interamente femminile, del tutto rapito dal sex appeal di Zingaretti. Sembra un pandemonio di scompensi ormonali, più che una platea, quella che applaude sorridente l’attore al termine dello spettacolo. Un’energia che trova spiegazioni, in parte, nel profilo scultoreo del protagonista, ma forse anche in una certa tendenza degli italiani, e in questo caso delle italiane, ad appassionarsi per gerarchetti e dittatorelli: Zingaretti, col cranio calvo tirato a lucido, con una statura non certo invidiabile e un panciotto che non lo slancia affatto, e, soprattutto, con una teatralità dei movimenti forse troppo esuberante, lì al centro del palco, finisce per ricordare un pettoruto frequentatore del balcone di Piazza Venezia.
E il buon «Montalbano», che vispo è senz’altro, sembra accorgersi dell’effetto che fa sulle sdilinquite cinquantenni (e oltre); e per questo, da imbroglione spiritoso qual è, decide di dedicare loro, e solo a loro, la bellissima «Ho sceso dandoti il braccio» di Eugenio Montale.

Giulio Gori

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