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Teatro: Hey Girl!

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Hey girl!

Festival Fabbrica Europa presenta Socìetas Raffaello Sanzio in ‘Hey Girl’ di Romeo Castellucci. Con Silvia Costa e Sonia Beltran Napoles. Musica originale: Scott Gibbons. Statica e dinamica: Stephan Duve. Tecnico luci: Giacomo Gorini, Luciano Trebbi. Realizzazioni sculture di scena: Plastikart, Istvan Zimmermann.

Il corpo di una donna appare in una materia lattigginosa. Lentamente, ansimando, se ne libera. Dopo una lunga serie di giochi simbolici, la sua libertà viene punita da una moltitudine di uomini che (di nuovo?) usano violenza su di lei. Ma al suo posto, in un’evidente ciclicità, un’altra donna viene costretta in catene. Fino al riscatto finale, pagato con moneta sonante. In tutto questo pochissime parole, per lo più di contorno, qualche scritta che appare su uno schermo; quasi esclusivamente suoni inquietanti.
Un testo può aprire percorsi che vanno al di là della parola stessa, del gesto compiuto sulla scena. E in questo sta la grandezza del teatro. Ma le metafore si dischiudono da un testo iniziale. Tuttavia se questo non c’è, se è solo supposto, se è frutto di un disegno non chiaro, stiracchiato, leziosamente confezionato, ma poco solidamente architettato, anche i possibili significati ulteriori si perdono in un magma di inutilità e inefficacia. Un impianto metaforico può essere anche misterioso e sfuggente, ma non può non partire da un contesto evidente, persino provocatoriamente banale, ma in ogni caso solido.
In Hey Girl! non c’è l’essenza vera del teatro, non c’è la capacità di estrarre una storia, un significato, un dramma, da un evento, da un conflitto. Non c’è il dramma di Antigone, quel dissidio (motore della storia) di chi è combattuto tra il rispetto dell’etica e il rispetto delle leggi. Non c’è la meravigliosa assurdità dell’alba di Rimbaud, allucinazione del genio travolto da un evento naturale (e dunque reale) talmente straordinario da sfidare la sua grandezza. Più onesto, meno altezzoso, ma più efficace, sarebbe stato partire da un soggetto materiale, umilmente terreno, per sviscerarlo successivamente in modo ‘sperimentale’... Termine antipatico, troppo spesso usato esclusivamente per mettere le mani avanti.
Se si decide, al contrario, di rischiare, di partire da un’impalcatura liquefatta, sarebbe necessario saper lavorare in modo sofisticato, ma non inconsistente, per costruire personaggi sfaccettati, interpretazioni indirizzate, come nel meraviglioso Il fascino discreto della borghesia di Buñuel. Le donne di Hey Girl! rimangono talmente indefinite che potrebbero essere tutte le donne, ma finiscono per non essere nessuna.
Scrive il regista: “L’ispirazione per il titolo di questo spettacolo mi è venuta nella mia città quando, bloccato a un incrocio, guardavo un gruppo di ragazze che aspettavano la fermata del bus. Avevano gli zaini pieni e il volto dipinto dal trucco. Ciascuna aspettava il proprio bus. Tutto quello spazio intorno. Non parlavano tra loro. Non si guardavano. Nell’attesa della luce verde del semaforo – in quell’attimo – mi è venuto in mente il titolo dello spettacolo. Da allora non ho fatto altro che seguire quelle due parole”.
Spesso le note di regia andrebbero evitate per non lasciarsi condizionare, perché il testo possa percorrere luoghi che vanno oltre le intenzioni stesse dell’autore. In questo caso invece sono la conferma di un fallimento, di un vuoto concettuale che si riflette inevitabilmente sulla scena e che emerge evidente dall’inaccettabile quantità di ripetizioni e tautologie.
Ci sono del resto alcune provocazioni fastidiose: come può la protagonista dire “Io odio i simboli”? Come si può usare Romeo e Giulietta (“Quella che chiamiamo rosa, anche con altro nome avrebbe il suo profumo”), per dimostrare l’inutilità della parola? Shakespeare sostiene l’irrilevanza del nome delle cose, rispetto alla loro sostanza reale, non certo della parola. La stessa simbologia a volte è piuttosto banale, come nel caso della croce impressa sul mantello dalla spada fumante, o della bandiera nera sventolata dalla protagonista che grida: “Spegni la luce per favore”.
Certo, Socìetas Raffaello Sanzio è compagnia di grande mestiere e non mancano gli spunti simbolici e visivi di grande interesse: la materia lattigginosa che imprigiona la protagonista nella prima scena e che continua a gocciolare per tutta la rappresentazione, gli effetti audio estremamente angoscianti e coinvolgenti, il laser che entra nella testa della protagonista estrapolandone concetti su uno schermo, la violenza brutale di molte scene. Ma si torna al presupposto di partenza: si affina la forma, mentre si trascura la sostanza.

All’ex Stazione Leopolda di Firenze fino a sabato 5 maggio 2007

Giulio Gori - DEA

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