Il 4 aprile 1968 moriva Martin Luther King, assassinato a Menphis, in circostanze ancora non del tutto chiare. Martin Luther King è considerato il leader del movimento afro-americano dei diritti civili, ma probabilmente sulla sua memoria, a distanza di quaranta anni, si continua ad equivocare.
Il movimento black statunitense si scatenò a partire dal primo dicembre 1955, quando, a Montgomery, Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto in autobus fino ad allora destinato ai bianchi. L’arresto della Parks scatenò una rivolta che sfociò in un boicottaggio di 381 giorni dei mezzi pubblici di Montgomery. Alla guida di quella protesta c’era il ventiseienne Martin Luther King, che di lì a breve divenne il punto di riferimento della richiesta di emancipazione da parte dei neri di tutti gli Stati Uniti.
La memoria condivisa di M.L. King è strettamente legata a questo evento (oltre che al famoso discorso del 1963 “I have a dream”); molti rammentano inoltre il suo tentativo di collaborazione con John F. Kennedy, durante la presidenza di quest’ultimo (1961-1963).
Tuttavia pochi ricordano che il rapporto con Kennedy fu interrotto proprio da M.L. King, resosi conto dell’impossibilità di collaborare con un potere non sinceramente impegnato nel percorso di emancipazione. Il leader nero capì, in anticipo rispetto a molti, che la parità dei diritti civili (ottenuta poi formalmente sotto la presidenza Johnson) avrebbe rappresentato uno strumento per mettere a tacere il movimento. King capì che il vero problema stava nella disparità economica, nella segregazione delle suburbs, nell’impossibilità di accedere a un’istruzione decente. Capì la profonda disuguaglianza del sistema statunitense, capì l’impossibilità di emendarlo e la necessità di combatterlo radicalmente.
Pochi ricordano che gli anni ’60 di Martin Luther King furono un momento di svolta radicale verso le Black Panthers, verso quei movimenti operai e studenteschi che stavano spaventando il perbenismo bianco.
L’omicidio di King va letto in questo contesto. E ricordare la sua immagine ripulendola della radicalità e della virulenza degli ultimi anni significa edulcorarne la memoria. Significa partecipare alla segregazione.
Giulio Gori
Il movimento black statunitense si scatenò a partire dal primo dicembre 1955, quando, a Montgomery, Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto in autobus fino ad allora destinato ai bianchi. L’arresto della Parks scatenò una rivolta che sfociò in un boicottaggio di 381 giorni dei mezzi pubblici di Montgomery. Alla guida di quella protesta c’era il ventiseienne Martin Luther King, che di lì a breve divenne il punto di riferimento della richiesta di emancipazione da parte dei neri di tutti gli Stati Uniti.
La memoria condivisa di M.L. King è strettamente legata a questo evento (oltre che al famoso discorso del 1963 “I have a dream”); molti rammentano inoltre il suo tentativo di collaborazione con John F. Kennedy, durante la presidenza di quest’ultimo (1961-1963).
Tuttavia pochi ricordano che il rapporto con Kennedy fu interrotto proprio da M.L. King, resosi conto dell’impossibilità di collaborare con un potere non sinceramente impegnato nel percorso di emancipazione. Il leader nero capì, in anticipo rispetto a molti, che la parità dei diritti civili (ottenuta poi formalmente sotto la presidenza Johnson) avrebbe rappresentato uno strumento per mettere a tacere il movimento. King capì che il vero problema stava nella disparità economica, nella segregazione delle suburbs, nell’impossibilità di accedere a un’istruzione decente. Capì la profonda disuguaglianza del sistema statunitense, capì l’impossibilità di emendarlo e la necessità di combatterlo radicalmente.
Pochi ricordano che gli anni ’60 di Martin Luther King furono un momento di svolta radicale verso le Black Panthers, verso quei movimenti operai e studenteschi che stavano spaventando il perbenismo bianco.
L’omicidio di King va letto in questo contesto. E ricordare la sua immagine ripulendola della radicalità e della virulenza degli ultimi anni significa edulcorarne la memoria. Significa partecipare alla segregazione.
Giulio Gori
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