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La didattica della controriforma

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RIFORMA UNIVERSITARIA,

OVVERO MORTE DELLA DIDATTICA

La riforma universitaria Berlinguer-Zecchino-Moratti rappresenta un passaggio estremamente pericoloso per la sopravvivenza di un efficace impianto di alta istruzione nel nostro paese. Questo progetto, ormai per gran parte messo in atto, mina alle fondamenta il sistema universitario attuale, distruggendone i contenuti e trasformandolo in un mostro a due teste, connubio di un ufficio di collocamento e di un quiz televisivo. Spesso chi si è mosso per criticare, contestare o bloccare la Riforma è stato accusato di essere un “talebano”, un “conservatore” o “condizionato dall’ideologia e dal pregiudizio”. Al di la del fatto che fa sorridere che chi si occupa di istruzione faccia confusione concettuale tra ideologia e pregiudizio, è bene sottolineare che esiste una netta distinzione tra pregiudizio e giudizio.

Le parti che seguono sono un’analisi analitica e pragmatica delle trasformazioni che la didattica ha subito e subirà grazie alla riforma universitaria. Un lavoro di questo tipo nasce dall’esigenza di rispondere alle accuse di pregiudizialità, rispondendo punto per punto sui cambiamenti, spesso sciagurati, che la nuova Università ci mostra.

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IL SISTEMA 3+2

Il nuovo sistema universitario è stato imperniato su un doppio livello: una laurea triennale e una successiva laurea specialistica biennale.

Non c'è dubbio che questo sistema consentirà, almeno formalmente, allo studente di ampliare la scelta formativa; visto che potrà vedere riconosciuto con un titolo anche un corso di studi più breve di quello tradizionale. Ma già a questo riguardo è necessario accennare ad alcuni problemi che saranno meglio sviluppati nei paragrafi successivi.

Un tale sistema è stato concepito per far sì che lo studente potesse formarsi con conoscenze generali nel primo livello, per poi concentrare il proprio impegno nello specifico settore d'interesse. Ad oggi sono nati nell'Università di Firenze miriadi di corsi triennali, mentre per mancanza di fondi i corsi biennali sono pochissimi; ossia l'esatto contrario di quanto disposto dai legislatori... Un imbuto formativo che è anche metafora dell'imbuto reale che lascerà molti studenti senza possibilità di accesso a forme di conoscenza superiori a quelle del liceo.


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LA DIDATTICA

Esseri pensanti o scimmie ammaestrate? - La riforma universitaria si pone come principale obbiettivo la trasformazione degli attuali insegnamenti, a suo dire logori e inutili, in elementi più dinamici e soprattutto immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. Dietro questa espressione da spot pubblicitario si racchiude un fattore tanto pericoloso da poter mettere a rischio tutti i lati positivi dell’attuale sistema universitario. Oggi il mondo del lavoro ci viene presentato come un sistema estremamente instabile nel quale soltanto persone dinamiche possono riuscire a sopravvivere. Persone duttili e per questo capaci di adattarsi ai (probabili) continui cambiamenti di impiego, cui saranno costrette. L’Università, secondo la Riforma, dovrebbe formare giovani specializzati in quello o quell’altro specifico settore in modo tale da poter subito fornire loro un rapido inserimento del mondo lavorativo. E quando quelle specifiche conoscenze dovessero risultare obsolete, cosa ne sarà del nostro ex-studente? Affari suoi, perché la Riforma ha deciso di non farsi carico di questo problema. L’unica premura di cui la nuova Università sembra volersi fare carico è l’interesse dell’impresa ad assumere persone preparate, senza doversi accollare i doveri della formazione specialistica, e a trattarle come scimmie ammaestrate, che obbediscono, lavorano fino a spaccarsi la schiena e rinunciano a scioperare quando vengono licenziate. Probabilmente l’Università dovrebbe dare invece allo studente gli strumenti necessari per poter leggere in modo critico, e costruttivo al tempo stesso, la realtà circostante, trasmettendo i saperi necessari per poter sopravvivere indenni all’evoluzione del mondo, e di quello del lavoro in particolare; senza dover correre il rischio di restare a piedi perché non in grado di fare una virgola in più di quello che gli è stato insegnato. Non solo, l’Università dovrebbe essere vista come un valore aggiunto per chi vi accede, un modo per elaborare in modo critico gli strumenti che ci vengono forniti e per saper affrontare problemi sempre diversi, anche a prescindere dalle aspirazioni professionali di ognuno… In buona sostanza quello che distingue un laureato da un diplomato. E si esagera quando si afferma che non dispiacerebbe che fosse proprio l’Università a trasformare le potenziali scimmie ammaestrate in persone coscienti e, magari pure, scioperanti, tali da scardinare questo mondo del lavoro che le considera sempre più risorse da sfruttare e sempre meno persone a tutto tondo, con una dignità e tutto il resto.

La certezza della durata - Una delle questioni poste dal processo riformatore è quella della certezza della durata: non c’è dubbio che fosse necessario darsi una regolata, e garantire agli studenti (e alle loro famiglie) una durata più breve e certa del corso di Laurea (rispetto agli attuali 7-8 anni). Questo fattore gioca indubbiamente a favore degli studenti che affrontano l’Università con una certa precarietà economica sulle spalle. Ma questa razionalizzazione probabilmente andava affrontata cercando di evitare la ripetizione di argomenti tra i vari corsi, cercando di limare il peso di alcuni corsi i cui professori adottavano tomi su tomi indiscriminatamente. Non certo riducendo un corso come Storia delle Relazioni Internazionali a una semplice cronistoria dei rapporti diplomatici dal primo dopoguerra a oggi. Il mero nozionismo andava eliminato, non gli strumenti critici.

La lunga mano di Confindustria - Naturalmente in questo sistema di minicorsi iperprofessionalizzanti, pensate che Confindustria, Banche e soci staranno a guardare? La partecipazione nel 2001 di Filippo Salvi, presidente dei Giovani Industriali della Toscana, alla commissione crediti della Facoltà di Scienze Politiche vi sembra un fatto irrilevante? La fondazione a composizione mista (pubblica e privata) che sta nascendo a livello di Ateneo vi sembra un’organizzazione filantropica? Se un Preside, forte dell’autonomia concessa dalla Riforma, vorrà creare corsi di immediata professionalizzazione con chi andrà a parlare? Non certo con gli studenti, ma con le imprese che belle e contente allungheranno le mani su quell’allettante torta che sono gli studenti-futurilavoratori. Sicché stia pure tranquillo chi è contento di un’Università trasformata in un ufficio di collocamento o, peggio ancora, in un’agenzia interinale. Ma c’è di più: il rischio più grave è che i privati cerchino di mettere le mani sulla ricerca scientifica, esternalizzando i propri costosi centri di ricerca; in questo modo, non solo un singolo corso, ma proprio l’Università in blocco sarà irrimediabilmente svenduta (benché formalmente essa possa rimanere patrimonio dello Stato).

E’ anche una questione di linguaggio - Un ospedale che cos’è? Un luogo dove si curano malati. E un’Università? Un centro di alta formazione. Ovvio? Non per tutti: c’è una Riforma che vuole stravolgere questo principio per affermare che l’Università (così come la scuola o l’ospedale) è un’azienda con ricavi e costi che deve mirare al pareggio di bilancio. Questa operazione di mistificazione comincia dalle parole d’ordine. Invitiamo tutti a guardare qualche testo ministeriale o una semplice guida di Facoltà; ci troverete belle parole come: cliente, utente, contratto (tra Ateneo e studente, sic!), competitività, azienda. Con buona pace di quella che una volta si chiamava formazione.

Formazione continua - Un punto centrale della riforma è il principio della formazione continua: ovvero, siccome il laureato-lavoratore ha acquisito conoscenze specifiche per un certo tipo di professione, quando quel tipo di conoscenze sarà inutile sul mercato, dovrà tornare a studiare per acquisire conoscenze nuove. A spese di chi? Dell’impresa in cui lavora? Non esattamente: essendo la condizione del lavoratore sempre più precaria, è molto probabile che dovrà  provvedere autonomamente alla propria ri-formazione. Insomma, i crediti acquisiti dovranno essere via via aggiornati, senza alcuna garanzia salariale e occupazionale. Sapere flessibile e lavoro flessibile sono due elementi che procedono di pari passo e ribaltano e snaturano il principio della formazione continua, una storica rivendicazione della sinistra, che consisteva nella possibilità da parte del lavoratore di proseguire per tutta la vita il proprio percorso di accrescimento umano, sociale e politico e di continuare ad acquisire strumenti critici sempre nuovi.

I centri d’alta formazione - Un bel giorno qualcuno si è accorto che il sistema universitario partorito dalla riforma è un topolino didattico, e che presumibilmente il primo triennio sfornerà persone non così competitive e spendibili come era stato promesso. Sicché Umberto Eco e Marco Santambrogio, teorici dell’Università a numero chiuso e degli studi d’élite, hanno tirato fuori dal cilindro l’ennesimo colpo di genio. Visto che il primo triennio non prepara abbastanza, hanno detto, facciamo sì che i più bravi, quelli che faranno anche il +2 (dei somari poco importa), possano arrivare alla specializzazione con un bagaglio culturale più solido. E in che modo? Con i centri di alta formazione, ovvero esportando in tutti gli Atenei italiani le esperienze di piccole realtà come quelle della Scuola Normale o l’Istituto Sant’Anna di Pisa (istituti finanziati con soldi pubblici, frequentati parallelamente ai corsi Universitari dagli studenti più meritevoli, con tanto di prestigiosissimo diploma finale). Nel 1998, quando gli studenti parlavano del rischio di un’Università di serie A e una di serie B i legislatori non lamentavano una diffusione di delirio paranoico?

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GLI STAGES

Secondo la riforma Berlinguer-Zecchino-Moratti parte culminante del nuovo concetto di formazione è lo stage, ossia l’esperienza lavorativa dello studente volta ad acquisire conoscenze e abilità specifiche in funzione di un rapido inserimento nel mondo del lavoro. Sia durante il primo triennio, sia durante il biennio specialistico, lo studente si deve prestare per alcuni periodi ad alcune imprese convenzionate con l’Università. Il metodo che porterà alla realizzazione di queste convenzioni è un processo delegato nelle mani esclusive del Rettore-manager e del Preside-manager, in barba ad ogni forma di democrazia: un’applicazione quantomeno limitata del principio di autonomia tanto propagandato. Al là del gravissimo problema della commistione tra pubblico e privato, di cui si parla nel paragrafo precedente, esiste anche una questione relativa al meccanismo stesso dello stage:

<!--[if !supportLists]-->1)       <!--[endif]-->Il primo problema che si pone riguarda la gratuità della prestazione che lo studente dovrà fornire all’Ente o impresa selezionati. Lavorare senza ricevere una lira di compenso non fa piacere a nessuno, ma l’Università sostiene che le imprese non accetterebbero stagisti al proprio interno se questi pretendessero di essere pagati. Di qui la decisione di non far percepire alcun salario agli studenti per le loro prestazioni. A Confindustria, insomma, non bastano i due anni di contratto di formazione, il lavoro interinale, i contratti a tempo determinato; al contrario, vuole iniziare lo sfruttamento ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro.

<!--[if !supportLists]-->2)       <!--[endif]-->Qualcuno potrebbe obiettare che le imprese daranno una possibilità unica per apprendere un mestiere, una possibilità che lo studio sui libri non ci dà. Per smentire l’idea diffusa che lo stage senza compenso sia una manna piovuta dal cielo, basta chiedere informazioni a studenti che hanno già vissuto questa esperienza: molti aspiranti giornalisti possono raccontare quanto sia utile per la futura professione andare a prendere il caffè per il caporedattore, o ripulirgli la scrivania dalle cartacce: si è sempre saputo, la piaggeria si impara a scuola… A maggior ragione quando gli studenti stagisti saranno in tanti (visto che tutti saranno tenuti ad acquisire un certo numero di crediti con questo sistema), sarà ancora più difficile che qualcuno trovi il tempo per insegnare loro qualcosa di vagamente utile.

<!--[if !supportLists]-->3)       <!--[endif]-->Un ultima considerazione sul mercato del lavoro: se un numero altissimo di studenti sgobberanno nelle imprese a fare le cose più umilianti e faticose, a qualcuno non viene il dubbio che l’impresa, l’Ente, o chi per essi, ridurranno il numero di posti di lavoro regolarmente stipendiati, alla faccia delle grandi opportunità di occupazione che la Riforma ci promette?

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IL SISTEMA DEI CREDITI DIDATTICI

Il credito illiberale - Il sistema dei crediti didattici è stato introdotto in sostituzione del modello delle annualità con la promessa che esso avrebbe permesso una maggiore libertà didattica dello studente; in realtà con questo sistema si cerca di condizionare le scelte dello studente anche al di fuori della scuola/università: i crediti infatti gerarchizzano e condizionano le scelte dello studente in base ad interessi a lui estranei. In altre parole, lo studente non vedrà riconosciuto l’impegno spontaneo in attività o interessi extrascolastci, ma si vedrà imporre delle attività da svolgere al di fuori della scuola (quale cosa è utile o inutile? quale corso vale o non vale? Quale istituto è convenzionato e quale no?…  e, secondo voi, le imprese staranno a guardare?) per ottenere i necessari crediti.   Questo sistema è dunque un evidente limitazione della libertà dello studente e una invasione nella sua sfera personale e, al tempo stesso, rappresenta un’ulteriore pericolosa forma di promiscuità tra interesse pubblico e privato.

Due crediti, due misure - Il sistema dei crediti, propagandato per l’estrema adattabilità e duttilità, si dimostra elemento di preoccupante arbitrarietà nelle mani dei baroni universitari. Il peso dei singoli insegnamenti all’interno di un corso di laurea dipende più dall’interesse di questo o quel professore che a ragioni di coerenza e di logica didattica. Si arriva così all’assurdo che dopo una laurea triennale lo studente rischia di non vedersi riconosciuti tutti i 180 crediti ottenuti, nel caso di passaggio a un corso di laurea specialistica di ambito non esattamente coincidente al precedente corso triennale, pur all’interno della stessa Facoltà.

Crediti all’estero - Questo sistema è nato anche per permettere un più agevole riconoscimento degli esami sostenuti al di fuori della Facoltà, come nel caso di cambio di Ateneo da parte dello studente o di esami svolti durante una borsa di studio all’estero (l’Erasmus, ad esempio); tuttavia la mancanza di un nucleo nazionale di valutazione della didattica, figuriamoci europeo, finisce per inficiare totalmente il presupposto di partenza.

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SEMESTRALIZZAZIONE E SISTEMA DEI MODULI

I semestri - Da quando la semestralizzazione dei corsi è entrata in vigore nella nostra Facoltà, in sostituzione del sistema annuale degli insegnamenti, si sono avuti quattro effetti principali, due positivi, due negativi:

<!--[if !supportLists]-->1)       <!--[endif]-->L’anticipazione di sei mesi della prima sessione d’esami del primo anno ha evidentemente facilitato l’accelerazione dei tempi del percorso universitario dello studente

<!--[if !supportLists]-->2)       <!--[endif]-->Ha evitato un problema legato alla precedente organizzazione degli insegnamenti: gli studenti dovevano frequentare i corsi senza poterne studiare i testi di pari passo con le lezioni a causa degli esami pendenti dell’anno precedente; ad esempio, pur seguendo un corso del secondo anno si trovavano impegnati a preparare per il gennaio successivo un esame del primo anno. Con la semestralizzazione questa incongruenza didattica viene risolta.

<!--[if !supportLists]-->3)       <!--[endif]-->Il vecchio sistema annuale faceva sì che lo studente fosse tenuto a scegliere, in base ai propri interessi, i corsi da frequentare tra tutti quelli a disposizione, e ad approfondirli con i seminari. La semestralizzazione al contrario, essendo stata affiancata ad un sostanziale obbligo di frequenza, ha imposto allo studente di frequentare tutti i corsi e non di selezionarli liberamente; così, con l’aumento inevitabile delle ore di frequenza delle lezioni, i seminari sono stati aboliti in quasi tutti gli insegnamenti.

<!--[if !supportLists]-->4)       <!--[endif]-->Gli organi di governo dell’Università hanno inoltre adoperato surrettiziamente questa riforma, poiché, al di là dei buoni propositi annunciati, hanno trasformato la semestralizzazione in un mezzo per ridurre gli spazi a disposizione degli studenti, al di fuori del criterio lezione-libri-esame. Col vecchio sistema gli studenti avevano spazi ha disposizione per poter approfondire liberamente le questioni legate agli argomenti di studio, riflettere collettivamente sui pregi e i difetti dell’Università, organizzare assemblee e incontri sui temi per loro più rilevanti. Adesso questo è diventato più difficile; ed in alcune Facoltà è stato addirittura vietato organizzare la tradizionale assemblea mensile degli studenti con sospensione della didattica… cose che persino al liceino vengono svolte senza obiezioni.

I moduli - Con la messa in atto della Riforma, la didattica ha subito un’ulteriore modifica, basata sul sistema dei moduli: questa novità è stata presentata come la possibilità di rendere più agile e funzionale allo studio il sistema dei corsi, grazie alla grande adattabilità che i moduli consentirebbero. In realtà abbiamo visto che questo sistema ha sortito gli effetti esattamente contrari: ad una rigidità, se n’è sostituita una nuova, più accentuata, che spezza indistintamente in varie parti tutti gli insegnamenti, anche quelli che richiederebbero una trattazione di tipo istituzionale o monografico. In passato l’eventuale ricorso al seminario costituiva la possibilità di rendere più adattabile l’organizzazione del corso alla maniera trattata; oggi il modulo impone a tutti ritmi rapsodici anche dove non ce ne sarebbe affatto bisogno.

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VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

La vecchia laurea - In tanti ci preoccupiamo di che fine farà la vecchia laurea, tanto più che su questo tema i riformatori si sono chiusi in un inquietante (e preoccupante, per gli studenti) silenzio: praticamente pochissimo è trapelato, e in questa sede ci possiamo limitare a poche considerazioni. Formalmente il valore legale rimarrà immutato, perché il titolo di dottore e la partecipazione ai concorsi sono diritti acquisiti; tuttavia, se non ci sarà un netta presa di posizione contraria dei legislatori, dal punto di vista sostanziale la laurea quadriennale non ci darà particolari garanzie: chi ci assicura infatti che in futuro, con la creazione di figure professionali nuove e magari di diversi tipi di concorsi, la vecchia laurea sarà ancora valida? Se non verranno prese decisione chiare nessuno si potrà sentire completamente tutelato. Inoltre c’è da sottolineare che i curricula richiesti per alcuni corsi di specializzazione (ad esempio un corso di specializzazione per “Operatore tecnologico nel settore archeologico”, organizzato da UE, Regione Toscana e Sovrintendenza ai Beni Archeologici!) domandano se la laurea in possesso sia triennale o specialistica… I vecchi laureati dove devono mettere la crocetta? Infine bisogna sottolineare che già esiste una differenza di valore tra laurea quadriennale e nuova laurea specialistica: gli studenti che, ad esempio, continueranno gli studi in Francia si accorgeranno che il vecchio titolo darà, come sempre, accesso al D.E.A., un anno introduttivo al Dottorato di Ricerca, mentre quello nuovo darà accesso direttamente al Dottorato stesso.

La laurea specialistica - La nuova laurea quinquennale è probabilmente quella che dal punto di vista formale dà più garanzie. Ma solo per il momento: purtroppo ormai da più di sei anni circolano inquietanti dichiarazioni relative all’abolizione del valore legale del titolo di studio. Questa possibilità rischia di trasformare il nostro sistema in quello degli Stati Uniti, in cui se studi ad Harvard o alla Columbia hai già un lavoro prima di uscire, se hai studiato alla North Western, tanto per fare un esempio, puoi tranquillamente usare il certificato di laurea per fare come carta da  pacco regalo.

La laurea triennale - Problemi più seri incontreranno con molta probabilità coloro che decideranno di (o saranno costretti a) conseguire soltanto la nuova laurea triennale. I Riformatori dicono che sarà utile e spendibile nel mondo del lavoro, ma finora non hanno circostanziato queste affermazioni. Ma dall’ordinamento attuale qualcosa possiamo già cogliere. In una facoltà come Giurisprudenza, dove la professionalizzazione è più evidente che altrove, notiamo che i corsi di Procedura Penale e Civile sono inseriti nel biennio di specializzazione. Così chi si limiterà ai primi tre anni non potrà fare né l’avvocato, né il giudice, né il notaio, ossia nessuno degli sbocchi naturali della Facoltà. Questa spendibilità del titolo nel mondo del lavoro a cosa si riferisce allora? Forse a il diritto di farsi sfruttare da qualche agenzia interinale? Una risposta, non certo confortante l’ha data un personaggio che negli anni passati ha pesato molto sugli indirizzi della Riforma, Umberto Eco: in un articolo di qualche anno fa il noto professore proponeva di conferire il titolo di dottore dopo i primi tre anni. A che scopo? Le mamme vogliono il figlio dottore, scriveva, e allora accontentiamole; così i loro figli eviteranno di intasare anche i corsi la laurea specialistica, destinati invece a pochi eletti. Insomma, c’è la netta sensazione che la laurea triennale servirà soltanto a dare un contentino a tanti per poi lasciare la vera istruzione a pochi privilegiati. E siccome anche sulle regole di accesso al biennio finale non è stata fatta molta chiarezza viene il dubbio che qualcuno voglia ritirare fuori dal cilindro una forma di limitazione alle iscrizioni (che sia il numero chiuso o qualche altro sistema surrettizio, cambia poco). In barba al principio costituzionale del diritto allo studio.

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CONCLUSIONI

Gli effetti perversi di questa riforma non sono tuttavia ancora del tutto evidenti. Negli anni a venire con molta probabilità si conteranno i danni culturali e sociali provocati da un sistema formativo tanto svilito. L’Università (e anche la scuola) italiana è senza dubbio da riformare. Ma per farlo è necessaria conoscere profondamente la realtà e scrollarsi di dosso quel tipico provincialismo italiano che fa sì che ogni cosa che viene dall’estero sia migliore di quella italiana. I sistemi inglese e americano, cui la Riforma si rifà principalmente, hanno da sempre dimostrato un livello di formazione inferiore a quello italiano, sia per cultura umanistica, sia per preparazione generale, sia per gli strumenti critici e analitici forniti. La scuola e l’Università italiana, pur con le proprie ruggini (legate soprattutto all’esistenza di alcuni nòccioli di potere e di privilegio che condizionano molti processi) ha sempre dimostrato un’eccellente capacità formativa. Era altro che era necessario cambiare: servono soldi per il diritto allo studio, perché gli studenti in gran parte degli Atenei italiani non trovano alloggi, o se li trovano devono lavorare per pagare l’affitto; servono soldi per l’acquisto dei libri; servono soldi per i servizi; servono soldi per la ricerca. La più grande e importante riforma sarebbe stata lo scommettere sulla formazione, destinando ad essa finanziamenti massicci, riconoscendole un valore centrale nella costruzione della società. In Italia invece si fanno discorsi e nient’altro. Ci silamenta della fuga di cervelli e ci si dimentica che i nostri laureati si sentono umiliati e frustrati dalla mancanza di fondi e di mezzi, mentre, data la loro notevole preparazione, sono i benvenuti nei centri di ricerca stranieri.

Dunque, da una parte si copia il peggio e dall’altra  non si cerca affatto di risolvere i veri problemi. Ecco perché di tanto in tanto tornano a galla strane idee a proposito di numeri chiusi e sbarramenti: si cerca di ridurre i costi laddove invece si dovrebbero aumentare le spese. Ed è per questo che la nuova riforma non ha fatto nulla per modificare gli equilibri di governo delle università, per rendere più democratiche queste istituzioni: si cerca di riformare senza toccare i privilegi acquisiti, di cambiare le cose tentando di vanificare ogni forma di opposizione. L’ultima trovata è la più geniale ma anche la più triste: per venire incontro agli studenti la Riforma ha previsto che tra di essi e gli Atenei si crei una sorta di contratto: ma quale forza contrattuale può avere un singolo al momento che firma per iscriversi all’Università… Forse è un modo per dire al caro studente che, una volta che ha accettato quello che passa il convento, gli tocca pigliare e stare zitto.

Giulio Gori (pubblicato su D.E.A. - giugno 2003) 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 15 Giugno 2007 11:54 )  

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