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Beata prescrizione

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E’ notizia di questi giorni che il “processo SME”, che riguarda la presunta corruzione dei giudici romani da parte del gruppo Fininvest, di Cesare Previti e di Attilio Pacifico, per impedire all’IRI di Romano Prodi di vendere alcune aziende pubbliche a Carlo De Benedetti, sarà trasferito da Milano a Perugia.
La difesa di Cesare Previti esulta e annuncia con trombe e fanfara che l’annullamento dei due gradi di giudizio fin qui svolti a Milano porterà all’inevitabile prescrizione del proprio assistito. Ed è inevitabile che così sarà, visto che i termini per l’eventuale condanna scadranno nella primavera del 2007.
Ma la prescrizione è una vittoria? A vedere come i telegiornali, e anche molta carta stampata, hanno affrontato l’argomento in questi anni, sembrerebbe di sì. Ma la realtà è piuttosto diversa.
L’assoluzione per prescrizione avviene quando il giudice stabilisce che l’imputato è colpevole dei reali contestati, ma verifica che i termini per la relativa condanna sono scaduti. Proprio così. Quando un imputato viene ritenuto innocente dalla Corte, anche a prescrizione sopravvenuta, viene assolto “per non aver commesso il fatto”, “perché il fatto non sussiste” o “perché il fatto non costituisce reato”. Se i giudici gli riconoscono i benefici della prescrizione è perché tecnicamente non era possibile assolverlo con la formula piena.
Non a caso, un imputato che venga prosciolto o assolto per prescrizione in una fase intermedia del giudizio (nella fase delle indagini preliminari, in primo o secondo grado), e che sia convinto della propria innocenza, ha diritto a rinunciare alla prescrizione e ad andare avanti nel processo, proprio per evitare questa assoluzione infamante.
Sicché diventa fondamentale la distinzione tra termini “assolto” e “innocente”. Ed è altrettanto fondamentale ricordare che la sentenza non è soltanto quella letta dal giudice in aula, perché quello è solo il dispositivo: la sentenza è composta anche dalle motivazioni, che vengono, sì, pubblicate settimane o mesi dopo, ma che non sono un esercizio di stile, ma una componente formale ed essenziale del giudizio appena espresso.
Sulla volontaria confusione applicata al concetto di prescrizione e sulla sostanziale omertà imposta sulle motivazioni delle sentenze, si sono sviluppate negli ultimi anni diverse campagne di denigrazione dell’attività dei giudici e altrettante parate di martirio e vittimismo da parte di prescritti con molti scheletri nell’armadio.
Vediamo alcuni casi celebri.

L’onore logora chi non ce l’ha
Bruno Vespa, nel suo “Porta a porta”, minacciò licenziare un tecnico della RAI: dopo l’assoluzione di Giulio Andreotti dall’accusa di mafia, volle celebrare il senatore a vita con una scritta a caratteri cubitali: “ASSOLTO”. Il grafico fece del suo meglio e riempì lo schermo in fondo allo studio, con un’insegna che ne sfiorava i margini. Troppo poco per Vespa, che inveì contro il povero malcapitato, finché questi non riuscì a inventarsi un modo per realizzare una scritta ancora più grande.
Andreotti da Vespa dichiarò la propria soddisfazione, non dimenticando di spedire strali minacciosi alla Procura di Palermo che si era permessa di sfiorare col dubbio della colpa la sua rispettabile persona.
Ma quell'assoluzione era solo una tappa intermedia. Con l’avanzare dei gradi di giudizio, il caso Andreotti è arrivato in Cassazione. Il 28 dicembre 2004, il sette volte Presidente del Consiglio e quindici volte ministro, è stato assolto. Definitivamente. Ma a leggere la sentenza risulta evidente che c’è ben poco di cui esser fieri.
Andreotti è stato assolto nel merito per le accuse che riguardavano gli anni successivi al 1980. Ma è stato assolto solo per prescrizione per gli anni precedenti. In parole povere, i giudici hanno ritenuto che Andreotti abbia deciso di interrompere i rapporti con l’associazione mafiosa “Cosa Nostra”, a seguito dell’omicidio del Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
Sia detto, tra le righe, che la formula piena per il post-1980 in realtà non è del tutto tale: infatti i giudici della Cassazione hanno applicato ad Andreotti l’assoluzione per insufficienza di prove; non per estraneità ai fatti.
In ogni caso, le accuse di persecuzione rivolte dalla maggior parte dei media ai procuratori Giancarlo Caselli e Piero Grasso non trovano riscontro nel fatto che al senatore a vita è stato imposto di pagare interamente le spese processuali (per molti milioni di euro).
Ecco,nello specifico, un passaggio chiave della sentenza:
"Il sen. Andreotti aveva avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli [Andreotti, N.d.R.] aveva, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire ad ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite [Andreotti chiese ai boss di intervenire per limitare l'azione politica di Mattarella, senza però ricorrere all'omicidio, come invece poi invece avvenne, N.d.R.]; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l'assassinio del presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza".
In fondo, però, poveri telegiornali, poveri giornali nazionali: come potevano inchiodare Andreotti, se persino Giovanni Paolo II si era espresso in suo favore? Già è difficile stuzzicare una persona influente come il senatore a vita; ma contraddire addirittura il Santo Padre, sarebbe stato troppo.
Del resto il Papa non solo aveva stretto la mano al povero afflitto dalla malagiustizia davanti a decine di telecamere, ma gli aveva pure destinato una lettera aperta in cui gli augurava "che queste prove ingiuste che Le tocca sopportare servano, attraverso le misteriose vie della Provvidenza, a far del bene non solo a Lei ma all'Italia".

Forza Prescrizione
Sua Emittenza, Silvio Berlusconi, è un corrotto semplice. Sembra uno scherzo ma è quanto la Corte d’appello di Milano ha stabilito nel 2001, prosciogliendolo per prescrizione dall’accusa di aver corrotto i giudici di Roma, per ottenere, a scapito di Carlo De Benedetti, il controllo del colosso editoriale della Mondadori. La Procura di Milano aveva fatto ricorso in appello contro il proscioglimento voluto dal giudice per l’udienza preliminare Rosario Lupo, ritenendo che Berlusconi fosse colpevole di corruzione in atti giudiziari, ovvero aggravata, reato più grave, con una prescrizione ben più lunga.
Ma la Corte d’Appello ha confermato la formula della “corruzione semplice” che prevede una prescrizione di soli cinque anni. I suoi coimputati, Cesare Previti, Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e Vittorio Metta, al contrario sono stati invece rinviati a giudizio dallo stesso giudice.
Un altro uomo politico del prestigio e dell’importanza di Berlusconi avrebbe probabilmente ritenuto doveroso difendere la propria onorabilità, rinunciando ai benefici della prescrizione per dimostrare la propria innocenza. Ma il Cavaliere ha altri mezzi: i propri giornali e le proprie televisioni. Tanto basta per permettergli di cantare vittoria e di continuare a insultare, un giorno sì, l’altro pure, i giudici di Milano.
Ma Berlusconi ha talmente tante prescrizioni sul proprio curriculum che una sentenza definitiva che stabilisce la sua “corruzione semplice” non può certo spaventarlo.
Riconosciuto colpevole nel 1990 dal Tribunale di Venezia per falsa testimonianza; reato amnistiato.
Prescritto in Cassazione per finanziamenti illeciti a Craxi per 21 miliardi di lire.
Prescritto sul caso dell’acquisto dal Torino del calciatore Lentini, grazie alla nuova legge sul falso in bilancio, voluta dallo stesso Berlusconi.
Prescritto in primo grado per falso in bilancio nell’acquisto della villa di Macherio.
Prosciolto per prescrizione nel 2004 dal Tribunale di Milano per i soldi pagati a Squillante nel caso SME.
Non è un caso se Berlusconi ha ottenuto tutte queste prescrizioni: uno dei suoi legali, l’On. Niccolò Ghedini, ha inventato una nuova formula di difesa, che ha fatto scuola nel mondo penale: non più tentare di dimostrare l’innocenza del proprio assistito, ma rallentare il processo con continui ricorsi, allungarlo convocando centinaia di testimoni inutili, rimandarlo accampando impegni istituzionali dei propri assistiti (non si può dire che sia un tipo che difenda i ladri di polli).
Silvio Berlusconi si è a lungo difeso da questa selva di inchieste e processi, dichiarando che la Procura di Milano, cricca di giudici comunisti, avrebbe voluto punirlo per la sua scesa in campo del 1994. Da un paio d’anni però, si è dimenticato di questa litania e, quando parla dei guai giudiziari del suo gruppo, dice correttamente che sono cominciati nel 1993. Non sarà allora che Sua Emittenza è sceso in campo proprio perché sapeva di avere il fiato dei giudici al collo?

Il peccatuccio di gioventù
Come mai la Sinistra, anche di fronte a giudizi definitivi, dichiara sempre che “le sentenze non si commentano”? Come mai non ha mai combattuto Berlusconi, spiegando a chiare lettere cosa significa prescrizione?
Perché qualche peccatuccio di gioventù, qualche scheletro nell’armadio, ce l’ha anche lei. Nulla a che vedere con Berlusconi, ma quanto basta perché sia vittima del ricatto: se vado a fondo io, mi tiro dietro tutti quanti.
Un esempio, tra gli altri.
Massimo D’Alema nel 1985, quand’era segretario regionale del PCI in Puglia, ricevette un finanziamento illecito di venti milioni di lire da Francesco Cavallari, re delle cliniche private, legato alla Sacra Corona Unita. Fu indagato dalla Procura di Bari, che nel 1994 seppe della bustarella per confessione dello stesso Cavallari, e si salvò solo grazie alla prescrizione, scattata giusto un anno prima. D’Alema ammise di aver preso i soldi per il partito, anche se un po’ meno di quelli indicati dal suo benefattore. In ogni caso i giudici dichiararono: “Il reato è estinto per intervenuta prescrizione”.

Dai politici alla politica
La legge è fatta dai potenti, per i potenti. E la prescrizione è uno dei mezzi, specialmente dalla nascita della "strategia Ghedini", usati dai potenti per difendersi dalle loro stesse leggi.
Ma questo non vuol dire che la prescrizione debba essere abolita. Anzi. La prescrizione è uno strumento di garanzia per i deboli, che così hanno la possibilità di non essere perseguitati tutta la vita da un'inchiesta giudiziaria. E neppure ricattati: pensiamo, ad esempio, a qualcuno che sia passibile di una causa per diffamazione (che non rientra nell'obbligo dell'azione penale del magistrato, ma è conseguente a una querela) e che, senza la prescrizione, avrebbe questa spada di Damocle sul capo vita natural durante.
Il problema è del tutto politico: un operaio, un lavoratore, un qualsiasi povero cristo, che subisca un processo e venga assolto per prescrizione, ha tutto il diritto a godersi i benefici della propria assoluzione. Ma un politico, che ha uno stipendio da favola e quasi sempre una squadra di avvocati a disposizione, ha il dovere etico di rifiutare i benefici della prescrizione del reato e rimettersi al giudizio del tribunale; altrimenti, se decide di accettare una sentenza così controversa, ha il dovere di abbandonare il proprio ruolo di rappresentante del popolo.
A meno che, e questa sarebbe l'ipotesi migliore, la politica, la stampa, la comunità intera, imparassero la lezione di considerare le motivazioni di una sentenza come un fatto doverosamente pubblico. Così tutti potremmo giudicare liberamente e serenamente le responsabilità di ciascuno. E capire se chi ci rappresenta è o non è degno di farlo.

Giulio Gori - DEA

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 17 Novembre 2008 06:19 )  

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