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La situazione in Kosovo

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Ancora scontri in Kosovo. Ormai le vicende in questo piccolo fazzoletto di terra (10887 km2 e 2 milioni di persone tra i quali 88%albanesi 7% serbi e il resto rom macedoni turchi e bosniaci), si stanno tramutando in una soap a puntate, o per lo meno lo sembrerebbe se non ci fossero i morti alla fine di ogni scontro. L’ultimo risale a pochi giorni fa. Gli albanesi del Kosovo si sono introdotti in due chiese ortodosse a Prizren, rubando le lastre metalliche che servivano ai serbi per riparare i tetti rovinati nel 2004. Dall’altra parte troviamo i serbi sempre più armati, radunati al Caffè Dolce vita di Mitrovica , che si preparano a difendere la “loro” terra. In tutti questi anni le cose non sono cambiate. Sembra che in  questo piccolo paese dei Balcani il tempo non scorra. Congelati nel 1999, centici contro schipetari (shqipètar). Si lanciano slogan minatori l’uno contro l’altro. Si leggono scritte forti come questa: “volete un altro missile per andarvene?”, e si vendono cartoline  con il slogan “fuck the coca fuck the pizza, all we need is slivoviza”, che in parole povere di tradurrebbe al diavolo la coca e la pizza, tutto quello che ci serve è la nostra grappa. L’ONU non riesce a mantenere più sotto controllo la situazione. Il Kosovo è la missione più costosa della storia dell’Onu. Si doveva garantire la convivenza tra etnie ma cosi non è stato. La presenza dell’Onu è stata ininfluente in questo scontro tra la civiltà albanese e quella  serba. Sia la parte serba alla quale si sono aggiunti gli uomini della Guardia di Lazar che la parte albanese rappresentata dal UCK, non nascondono di avere le armi e la volontà di usarle. Dal 1999 il Kosovo e diviso da un fiumicciatolo in due etnie, ed il 17 novembre si voterà il quinto Parlamento di uno Stato che non è ancora uno Stato, in un pezzo di Serbia dove la Serbia non conta più niente, d’un paese ‘albanesizzato’ per il 90 %, che fra cinque settimane proclamerà l’indipendenza. E’ tutto pronto ormai, bandiera, inno e anche la nazionale di calcio. Le ultime proposte arriveranno oggi. Il mediatore tedesco Wolfgang Ischinger sottoporrà ai rappresentanti l’ultima proposta che potrebbe essere un accordo simile a quello che le due Germanie firmarono nel ’72, che non prendeva riconoscimenti ma portava la Ddr nella comunità internazionale. O una soluzione tipo Hong Kong, (indipendenza da qui al 2020, più soldi.), o una federazione serbo-kosovara da sciogliere in un referendum dopo un anno come si è fatto con il Montenegro. Escamotage diplomatici che però non parlano di indipendenza e che gli albanesi del Kosovo già rifiutano. Toccherà cosi all’Onu decidere il 10 dicembre in Consiglio di sicurezza. Ma come si presenta il panorama internazionale nei confronti del Kosovo? Gli Americani sono disponibili al riconoscimento, i russi ed i cinesi pronti al veto, gli europei divisi e i 57 paesi della Conferenza islamica che presto ne discuteranno se legittimare o no l’autodeterminazione dei musulmani del Kosovo. la faccenda è molto seria. Se il Kosovo si auto proclamerà 46esimo Stato d’Europa, può essere pericoloso, e ciò incoraggerebbe ‘imitatori’ in Bosnia, Macedonia e in tutti quei paesi dove più della metà della popolazione non è serba, ma anche altri paesi più lontani dove la popolazione è multi etnica come la Spagna la Grecia ect. Ma in tutti questi anni gli Albanesi del  Kosovo non solo hanno combattuto ma hanno anche costruito delle basi solite sulle quali si costruirà il nuovo Stato indipendente albanese. Nelle scuole si insegna solo la lingua e l’arte albanese, investitori ricchi che promettono di investire più soldi, e molte altre promesse dai forse futuri capi di stato di migliorare la qualità della vita. Il ministro dell’interno Blerim Kuci ha detto: “ormai non si può più pazientare, basta un piccolo fuoco e i serbi sono i primi a gettare benzina”. I 16 mila soldati Nato presenti sul territorio non servono più a niente ormai. Bisogna trarre le somme, quindi non ci rimane nient’altro che lasciare la parola agli stati più grandi che prendano le loro decisioni (speriamo quelle giuste), in modo che questo fuoco nei Balcani che si protrae ormai da 10 anni si spenga.
 
 
Rezarta Selam Eminaj - DEApress 

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