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WILD THING, un viaggio nel Rock

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WHILD THING

di Jérome De Missolz

 

Iggy Pop in un fotogramma dal film


Ieri sera al Festival dei Popoli è stato proiettato, al Cinema Spazio Uno, il film del regista francese Jérome De Missolz, Wild Thing, nella sezione “Fuori concorso”. Il film appartiene a quel gruppo che, a cominciare dall’inaugurazione avvenuta con “It might get loud”, ci mostra vari volti dell’America (e non solo), di cui fanno parte anche “Bombay beach”, “The life and times of Rosie the riveter”, “The black power mixtape 1967-1975”, in programmazione nei prossimi giorni, che ricordano lo stretto rapporto del Festival con quel Paese e soprattutto con la città di New York.
Jérome De Missolz ha avuto la fortuna di vivere “in diretta” la storia del Rock’n Roll e ci racconta in prima persona la saga dei suoi Eroi, da fine anni ‘60 al nuovo millennio, in un percorso personale, in cui traccia un vero e proprio diario della sua vita attraverso il rapporto con la musica, e che è allo stesso tempo denso di spessore antropologico. Oltre alla narrazione fuori campo dell’autore, aggiungono vitalità, aneddoti e realtà alla storia gli interventi di testimoni d’eccezione quali Eric Burdon, Garry Duncan, Genesis Breyer P-Orridge, che fanno da contrappunto alle immagini che scorrono sullo schermo.
E’ però Iggy Pop, uno degli “improbabili sopravvissuti” del Rock, in cui De Missolz vede evidentemente l’incarnazione del genere musicale, a fare da filo conduttore dell’intero film. Apparendoci più volte sullo schermo, in un’alternanza di momenti storici e commenti al presente, l’Iguana del Rock diventa un secondo narratore, che accompagna il racconto del regista, intimo ed emozionato, con il suo, molto più vivo e selvaggio.
Lo “Shakespeare nero” Chuck Berry, che con il suo “Johnny B. Good” ha segnato quattro generazioni di musicisti bianchi, Reg presley e i suoi Troggs (artefici del brano che dà il titolo al film), i miti di Woodstock Janis Joplin e Jimmy Hendrix, i Rolling Stones, gli Animals, gli Who, i Beatles, Bob Dylan, i Joy Division, i Clash, i Velvet Underground, i Motorhead e tanti altri, sono i personaggi di questo film che ci porta a rivivere o a scoprire per la prima volta la storia di una cultura che, come dice Garry Duncan, è stata una vera e propria “organizzazione giovanile internazionale”. Dalla cultura nera ai cambiamenti sociali e alla controcultura, dalla più dirompente ribellione all’apatia, dall’era psichedelica e underground a quella progressiva, dall'hardcore all'hip-hop,il tutto sempre contornato da sesso e droghe, lo stile di vita, i valori, i divertimenti e le emozioni dei giovani di quei grandiosi anni sono ricostruiti attraverso l’occhio quasi commosso di quello che è stato uno di loro.
Nella parte finale del film, che è quasi un punto di svolta per permetterci di tornare gradualmente al presente, il passaggio di testimone di Tim Buckley al figlio Jeff introduce un emozionante e intimo requiem del regista (e insieme a lui di tutto il mondo) per i suoi Eroi che non ci sono più, scomparsi in quella selvaggia e immortale onda.
“Questa storia è la storia della mia vita”; l’autore lo vuole ribadire, nonostante tutto il film lo dimostri, essendo evidentemente impregnato delle sue esperienze e delle sue più profonde emozioni.
 
Irene Sonnati
irenesonnati at yahoo.it

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 17 Novembre 2011 13:20 )  

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