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Pietro Grossi: elet-com-ETC

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Elettronica

Pietro Grossi è stato il primo musicista italiano a sperimentarsi nella musica elettronica. All’inizio degli anni ’60, quando la maggior parte dei cultori dell’arte storcevano il naso o più semplicemente accoglievano come banali “curiosità” queste nuove proposte (non solo) tecniche, Grossi s’impiegava con passione per esplorarne le potenzialità creative. E la sua non fu solo una ribellione alle imposizioni formali del musicista, perché suo primo interesse fu semmai quello di mantenerne vivo lo spirito più profondo. Se infatti Grossi ironicamente osservava che il computer gli avrebbe evitato l’inutile fatica d’imparare a suonare infiniti strumenti, dall’altra parte questa facilità di svolgimento gli avrebbe anche permesso un’esplorazione vertiginosamente accelerata dei limiti della composizione.

Composizione

Il caso spesso gioca un ruolo creativo: due docenti e uno studioso dovrebbero introdurre al pubblico la figura di Grossi da diverse angolazioni, e giunto il momento di parlarne, si scoprono poi tutti voltati nella stessa direzione. Il libro Pietro Grossi, avventure con suono e segno, a cura di Albert Mayr (Ass. Pietro Grossi – AlefBet, 2011) era stato presentato presso l’area N.O. di Firenze lo scorso sabato 1 ottobre: Lelio Camilleri (titolare del corso di Musica Elettronica al Conservatorio di Bologna) aveva scelto di parlare di Grossi da una prospettiva “inconsueta”: quella del compositore; a breve rotazione Francesco Giomi (docente anch’egli di musica elettronica e direttore di “Tempo Reale”) e Giovanni Mori (neolaureato con una tesi su Grossi) si erano scoperti però derubati della stessa idea: parlare di Pietro Grossi come compositore, e non solo come pioniere dell’elettronica.

ETC.

Questo accordo discordante sottolinea ancor meglio un fatto decisivo: la “fine dell’azione” che consegue all’automazione totale (quando è il solo computer a scrivere la musica) non implica un disinteresse nei confronti del comporre. È solo che l’autore non è più “possessore” della sua opera. Egli è in primo luogo fruitore della stessa; ed è nella sua libera e indeterminata fruizione che l’opera finalmente si realizza. L’home art teorizzata da Grossi è un esercizio che da passivo diviene attivo, quando la mente si scardina dalla preoccupazione del giudizio altrui e si rivolge ad un piacere effimero (da vivere per conto proprio, “at home”), che implica al contempo una condivisione. Perché l’opera è open source, è condivisa da una comunità di utenti che può liberamente farla propria. Liberare la composizione dal legame con il singolo autore significa così liberare il processo compositivo a se stesso, per indagare infine non più la musica che ne risulta, ma la musica che vi risiede dentro.

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 04 Ottobre 2011 21:34 )  

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