Venerdì 25 Marzo, nell’austera cornice del Salone de’ Dugento in Palazzo Vecchio, si è tenuto un interessante convegno dal titolo “Dominare l’informazione per governare il futuro”. L’evento, patrocinato dal Comune di Firenze, ha offerto alcuni spunti di riflessione sul tema scottante della libertà di informazione, tenendo conto del ruolo svolto dalle nuove tecnologie così come delle opportunità e dei rischi ad esse correlati. Introdotta e moderata dal Professor Massimo Morisi, docente di Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Firenze, la conferenza ha visto intervenire in qualità di relatori Enzo Marzo - per anni collaboratore del Corriere della Sera e attualmente presidente della fondazione Critica Liberale - e Fabio Ghioni - esperto a livello mondiale in sicurezza e tecnologie non convenzionali, nonché “hacker più famoso d’Italia”. È ancora ipotizzabile un’informazione libera? È possibile considerare la tecnologia uno strumento d’informazione realmente democratico, e non solo un mezzo per manipolare le coscienze? Ghioni si rivela piuttosto scettico al riguardo. Non ci sono dubbi che l’avvento di internet abbia aumentato enormemente l’offerta informativa a disposizione del pubblico. Tuttavia, a tanta abbondanza non è corrisposto un atteggiamento critico, volto all’approfondimento. Percependo come dato oggettivo qualunque immissione sulla rete, si tende a muoversi indiscriminatamente su diversi canali, ripercorrendo la frenesia dello zapping già sperimentata nei primi anni ’80 con la nascita delle Tv private e l’allargamento dell’offerta televisiva. In questo modo si favoriscono degenerazioni del sistema particolarmente rischiose. Grazie alla risonanza globale ed immediata che il web può fornire ad una notizia, il vecchio assunto Goebbelsiano secondo il quale “una menzogna ripetuta centinaia di volte diventa una verità” assume nuovi ed inquietanti risvolti. Secondo il parere di Ghioni, la vulnerabilità del settore tecnologico è data fondamentalmente dal fattore umano. Mantenere la guardia alta nei confronti delle opportunità offerte dalla tecnologia è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci. È vero che gli sviluppi tecnologici hanno permesso un netto avanzamento delle nostre condizioni di vita ma, ammonisce l’hacker, bisogna considerare questi vantaggi come meramente accidentali nel corso delle operazioni che ne hanno guidato lo sviluppo. Se consideriamo le ingenti risorse economiche annualmente investite in ricerca e riconversione tecnologica, sarebbe davvero ingenuo pensare che si tratti di iniziative a scopo filantropico. Evidentemente, sostiene Ghioni, esiste un movente occulto dietro a tali scelte. Pensiamo soltanto alle tessere magnetiche e ai rischi che il loro utilizzo comporta: un abbonamento della metropolitana registra costantemente i movimenti del suo possessore; la carta fedeltà di una qualunque libreria inserisce in una banca dati una tale quantità di informazioni da mettere seriamente a rischio la privacy dell’acquirente. In effetti, basterebbe verificare le scelte d’acquisto operate dal cliente per dedurne preferenze politiche, sessuali, eventuali malattie e via dicendo. Ghione prefigura scenari orwelliani quando si spinge a considerare cosa potrebbe accadere nell’eventualità in cui le varie banche dati venissero messe in relazione fra loro. In questo contesto, persino il più diffuso social network al mondo rischia di diventare uno spietato strumento di schedatura di massa, peraltro assolutamente volontario. Secondo Marzo, la questione relativa alla manipolazione delle informazioni può essere fatta risalire al principio del ventesimo secolo. La propaganda politica nasce già negli anni ’20 e pone per la prima volta interrogativi relativi ai rischi derivanti dalla persuasione di massa. Ripetitività, semplicità e intenzionalità – ovvero, volontà di convincere l’ascoltatore a prescindere dall’argomento trattato – sono caratteristiche sulle quali ancora oggi si basano le tecniche propagandistiche. Ovviamente, non vengono risparmiate critiche al mondo della carta stampata. Per quanto nell’opinione comune i giornali mantengano un’autorevolezza che manca del tutto ai post su internet, i quotidiani non sono certo esenti dal rischio di manipolazione. È spesso difficoltoso accertare se una notizia venga data con fini informativi o propagandistici: per verificare i reali intenti di un qualunque organo di stampa dovremmo essere in possesso di una serie di informazioni raramente fornite in maniera esplicita. Il settore mediatico è diventato a tutti gli effetti una categoria del potere, tanto quanto lo sono il politico e l’economico. Tuttavia, invece di controllarsi reciprocamente - in accordo alle raccomandazioni di Montesquieu - i tre poteri sono strettamente connessi fra di loro. Di fatto il potere mediatico è controllato dal potere economico, e può facilmente essere condizionato dal potere politico attraverso le TV di stato. Le anomalie che questa situazione determina nel nostro paese hanno declassato l’Italia al 49° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Rincara la dose Ghioni, facendo notare come le leggi di mercato non risparmino affatto l’ambito mediatico: oggigiorno l’offerta informativa di massa si basa sul trinomio soldi/sangue/sesso, ovvero su di un facile sensazionalismo che stimola la curiosità degli individui ma ben di rado fornisce notizie di una qualche rilevanza socio-politica. Come tutelarsi, dunque? È particolarmente preziosa in questo contesto la raccomandazione di Marzo: rapportarsi sempre alle informazioni in maniera neutra, tenendo conto degli organi di stampa che riflettono la nostra sensibilità, così come di quelli che più si allontanano dal nostro sentire. La tendenza dell’essere umano, generalmente, è quella di cercare nei mezzi d'informazione una conferma per le proprie idee, giudicando obbiettive le fonti in accordo con le proprie convinzioni. Per quanto possa sembrare ovvio, è proprio questo l’atteggiamento da correggere per avvicinarsi ad una fruizione quanto più libera possibile delle informazioni in nostro possesso. D’altronde, sottolinea Marzo, considerata la lunga lista di filtri attraverso cui una notizia deve necessariamente passare prima di essere pubblicata (nella migliore delle ipotesi, la sensibilità del giornalista che ce la comunica), sarebbe quanto meno irresponsabile ipotizzare un’informazione realmente priva di condizionamenti.
Federico Fragasso
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