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Università, tra superfluo e necessario

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L’Italia, sappiamo bene, è un Paese di corporazioni incancrenite in un tessuto sociale che stenta ad evolversi, con un occhio al presente ed un altro al passato. E il futuro? Beh, come si dice, “magno” oggi perche domani chi lo sa. L’incapacità di andare oltre, di volgere lo sguardo al di là dei pur sempre rispettabilissimi predecessori dei tempi che furono, che pure tanto lustro hanno dato al nostro bel paese. La superbia con la quale l’interesse personale prevarica sempre l’interesse collettivo in qualsiasi azione sociale e circostanza, che ha portato ad un annullamento del senso comune del bene comune. Di risposte, o presunte tali, al problema di un Italia ingessata, immobile, proiettata al passato ce ne sono e ce ne saranno a bizzeffe. Quello che maggiormente fa rimanere basiti è, però, la costanza con cui si continua a perseverare cotanto stato di cose e, altresì, la miopia di chi, colpito e ferito da tutto ciò, preferisce chiudere gli occhi e tapparsi il naso. Facendo finta che il problema non esista. Oppure spostando l’attenzione su altri problemi. Sinceramente davvero non saprei chi biasimare di più. Mi chiedo infatti, e chiedo, con assoluta genuinità e semplicità,ad esempio, a tutti gli studenti che in questi giorni stanno scendendo, anche giustamente in piazza. dove erano quando l’Università faceva fatica a pareggiare i propri bilanci? Quando per passare un concorso o eri figlio di oppure dovevi richiedere un prestito/ mutuo magari alla Lehman Brothers? Dove erano quando nella facoltà di Agraria di Catania, su 51 professori universitari ben 14 avevano rapporti di parentela? Non me ne vogliano gli studenti, lo sono anche io. Non è questa certo una presa di distanza, né tantomeno una demonizzazione di un movimento che si sta battendo contro una riforma, quella proposta dalla Gelmini, che di riforma ha ben poco. A ben guardare, come da più parti è stato fatto notare, la  legge 133/08, non è un riforma. Sono solo tagli. Come dargli torto. Una legge che difatti è stata promossa per contenere la spesa pubblica. E anche l’Università, ovviamente, rientra in questo processo: da una parte vengono ridotti i fondi di finanziamento ordinario, ovverosia, i soldi che lo Stato dà agli atenei per il sostentamento, e dall’altra, il cosiddetto blocco del turn over al 20 %: cosa vuol dire questo? vuol dire che ogni anno si potrà spendere, per nuove assunzioni, solo il 20% di quanto si spendeva per il personale che va in pensione. Due soluzioni che, che secondo la Gelmini, sapientemente ammaestrata dal ministro Tremonti, dovrebbero servire e bastare ad estirpare i mali dell’università: baronismo, familismo, sprechi e chi più ne ha più ne metta, Ma basterà un taglio complessivo del 2-3% della spesa totale in questa ardua impresa?Sarà! Ma un dubbio mi affligge: non è che alla fin fine sarà solo un modo per batter cassa, racimolando quel che si può, visto che, con i tempi che corrono e la crisi imperante, non si sa mai poi come andrà a finire? Perché quando in Italia c’è anche solo un piccolo soffio di crisi si cerca di risalire con tagli alla cultura o all’istruzione? E all’università e a noi studenti chi ci pensa? Volendo impropriamente scomodare  la vox populi si potrebbe rispondere con un bel “chi fa da sé far per tre”. Il riferimento è chiaro. Dovrebbero essere gli studenti i primi custodi del proprio presente. E del proprio futuro. Il fatto è che spesso il quadro è sfocato, o si vuol vederlo tale, per cui il problema, quello vero, quasi mai viene messo a fuoco. Si finisce così con il recriminare e richiedere il superfluo e non il necessario.

Necessario è per l’Università italiana riallinearsi ai parametri qualitativi europei. Come? Facendo pressione affinché i suddetti cancri possano essere estirpati. Questo deve partire dagli studenti. Non dai professori, che sicuramente ne avranno ben donde dal salvaguardare il loro status quo (in effetti, questa sorta di collusione che oggi si sta creando tra studenti e prof nel portare avanti la protesta mi lascia alquanto perplesso e decisamente allibito!).Difendere il diritto allo studio vuol dire dare ai meritevoli la possibilità di scegliere dove studiare senza che la scelta venga discriminata da fattori economici, tale per cui optare per un piccolo ateneo vicino casa possa equivalere, in termini di spese, a scegliere un grande ateneo magari inserito in un tessuto economico sociale più favorevole. Alla base di ciò, ovviamente ,non può non esserci l’orientamento all’eccellenza dei singoli atenei. E il fatto che, in Italia ,ormai, vi siano sedi universitarie e corsi di laurea a iosa certo non aiuta: 5.500 corsi di laurea, 90 università con 330 sedi distaccate, 170 mila insegnamenti attivati. Il doppia della media degli altri paesi europei. Senza parlare poi del sistema di esami. Come fanno notare Balducci, Rizzoli e Monticini il voto per alcuni studenti ormai è un evento probabilistico..dieci estrazioni all’anno per la lotteria dell’esame italiano: un inspiegabile facilità con la quale in Italia gli studenti possono tentare e ritentare gli esami, rifiutando eventuali voti bassi in attesa della mano fortunata che permetta di portarne a casa uno alto. Come a dire, ritenta sarai più fortunato. Con ricadute economiche evidenti ed un certo livellamento verso il basso della preparazione culturale.

Allora perché l’interveto privato nel sistema universitario viene, a priori, aspramente contrastato? Si badi bene, la legge 133/08, è un mezzo disastro e per lo più non risolve quasi nulla. Anzi, aggrava il tutto. Con ulteriori tagli. Con tutti gli annessi e connessi. Ma eliminando questa pseudo legge spariranno tutti i mali? Non sarebbe più opportuno andare finalmente al cuore del problema? Certo la situazione è complessa e delicata e richiederebbe attente disamine. Ma forse dare la possibilità agli atenei di finanziarsi con l’intervento privato, ovviamente con i dovuti controlli e le dovute regolazioni da parto dello Stato, non vuol dire necessariamente far morire l’Università Pubblica. Si potrebbe contestare ciò sostenendo che i costi per lo studente vengano così maggiorati. Vero. Ma solo in parte. Perché sarà anche vero che, oltre ad una maggiore efficienza del sistema stesso (e con i tempi che corrono non è poco),il suo diritto allo studio sarebbe sostenuto da quel sistema di borse di studio statali (non certo quelle attuali) di cui sopra. Questo,ovvio, deve essere garantito, attraverso appunto una compartecipazione tra privato e pubblico, dove quest’ultimo si riserva il dovere di vigilare sul rispetto del diritto allo studio e sull’eticità dell’azione privata. Altresì il venir  meno, in parte, dello Stato all’interno del sistema universitario, permetterebbe allo stesso di diminuire in maniera colossale le uscite e di destinare molti più fondi per l’erogazione delle borse di studio e il sostentamento degli studenti meritevoli. Inoltre l’aumento delle tasse universitarie farebbe si che, da un lato l’università per garantirsi i finanziamenti e l’efficienza non potrà più permettersi di fare nomine ad personam non basate su un criterio di merito perché vedrebbe così diminuire il proprio bacio d’utenza, le proprie entrate e andrebbe in contro al fallimento e al pagamento delle propri colpe, dall’altro di conseguenza anche il personale docente già in entrata sarà maggiormente qualificato e non potrà permettersi di sbagliare, perché la sua posizione è garantita nella misura in cui esprime impegno ed efficienza.  Non sarebbe meglio pagare, anche un po’ di più, ma sapere che sarà premiato il merito e verranno difesi i meritevoli e garantita l’efficienza piuttosto che perseverare con un sistema universitario obsoleto ed evanescente?

Ed infine un’ultima osservazione, concludendo con quanto sottolineava giorni fa il professor Roberto Perotti: il mito dell’università gratuita nasconde una grande ingiustizia: che ci piaccia o no all’università vanno prevalentemente i figli dei ricchi e le tasse di tutti, comprese soprattutto quelle dei poveri, servono a finanziare gli studi dei ricchi. Inutile nascondersi dietro un dito. Una sorta di Robin Hood all’incontrario, che prende ai poveri per dare ai ricchi.

Da buon meridionale sono cosciente del fatto che l’arte dell’arrangiarsi è ormai una pratica ampiamente diffusa. Ed i motivi sono ben noti,ed in parte sono qui stati descritti, seppur in maniera superficiale. Forse però è arrivato il momento di farsi  giuste domande per dare adeguate risposte.

 

Simone Grasso

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 12 Gennaio 2010 16:48 )  

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