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Giustizia in nome di che cosa?

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Saddam Hussein è stato giustiziato. Per ordine di un Tribunale iracheno.
Dopo tre anni e mezzo di saccheggi, di bombe, di omicidi, di espropri, di leggi speciali calate dall'alto che hanno affamato il popolo e aperto la spartizione di un paese alle multinazionali, gli Stati Uniti d'America hanno colto l'occasione di una condanna capitale per sottomettersi per la prima volta a una decisione autonoma dell'autorità irachena.
Proprio questa circostanza doveva essere la prima? Non si è pensato alle conseguenze? Sorvoliamo sul mancato rispetto della vita umana, da parte di chi fino ad ora non ne ha dimostrato affatto. Ma dal punto di vista sociale, politico, militare, non si è ritenuta troppo rischiosa una nuova scintilla di odio? Non si pensa al rischio di vendette e di stragi da parte della già infuriata comunità sunnita?
E cosa fa il governo italiano? Tace come suo solito, incapace di elaborare una politica che sia una, supino di fronte alle potenze straniere, ingabbiato dalle strette vedute di un Ministro degli Esteri che crede che ogni presa di posizione etica sia di per sé "rozza".
Permetteteci un'ultima considerazione: Saddam Hussein è stato condannato a morte e giustiziato per la strage di 148 sciiti avvenuta nel 1982. Con la sua morte un processo per le migliaia di morti kurde, tra l'87 e l'88, vittime delle armi chimiche, non potrà mai essere celebrato. Cosa avrebbero pensato gli ebrei, e la comunità internazionale intera, se Hitler fosse sopravvissuto alla guerra e fosse stato giustiziato per aver mandato a morte, ad esempio, migliaia di malati mentali, prima ancora che si potesse celebrare un processo sulla Shoah?

Giulio Gori - DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 30 Dicembre 2006 08:29 )  

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