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Il lato oscuro dell'eroe

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Ugo Pagliai
interpreta Anfitrione. Foto di Enrico Gori.
 

 

Il lato oscuro dell'eroe ovvero le patologie della mente.
L’INDA è ormai una macchina organizzativa ben rodata, che viaggia a pieno regime, svolgendo un ottimo lavoro a servizio della cultura e del turismo. L’allestimento spettacolare del 2007 al Teatro Greco di Siracusa, poggia su Sofocle e su Euripide, autori che non deludono mai. E’ giusto dire che l’INDA  poggia la sua fortuna su pilastri sicuri:- il prodotto che lavora, il modo come lo allestisce, il contesto scenografico naturale, le professionalità artistiche che incaggia, la schiera di professionisti ed intellettuali che concorrono al buon esito del prodotto finale, manifesti d’autore compresi.  Le suggestioni offerte dagli spettacoli sono molteplici, musiche eseguite sulla scena, un’innovazione che realizza valore aggiunto, scene, costumi, coreografie, luci e artifici vari, tutto finalizzato  all’efficacia comunicativa.  Le eccellenze messe in campo abbracciano tutti gli ambiti, e la verifica dell’efficacia viene testimoniata dal gran numero di spettatori, specialmente giovani, che ne usufruisce.  L’indotto economico e culturale che viene mosso è davvero notevole.  Detto ciò, è opportuno soffermarsi sul tema portato in rappresentazione, cioè l’alveo che le tragedie aprono per la riflessione, che, al di la di tutto, è sempre l’aspetto più importante di questa meravigliosa festa dello spirito. Le due tragedie  in cartellone:- “Trachinie” di Sofocle ed “Eracle” di Euripide, drammatizzano entrambe “la patologia della mente”, ovvero il lato oscuro dell’eroe, o, detto in altri termini, la conseguenza inevitabile dell’onnipotenza umana. La scelta del tema, certamente non casuale, è, a nostro avviso, quanto mai appropriata, se il teatro vuole assolvere ancora la sua naturale funzione:- invitare il pubblico a riflettere sulla condizione esistenziale che l’individuo si trova ad affrontare. La vicenda drammatizzata ha valenza pedagogica, è un utile paradigma di lettura della posizione dell’uomo in relazione col contesto storico e sociale, ieri come oggi. L’essere umano contemporaneo che si trova a vivere in un contesto psicologico “narcisista”, cioè privo di limiti e misconoscente di ogni norma, irriverente verso ogni autorità, fuori dalla dimensione del sacro, assolutamente sedotto dal mito del potere, dell’immagine, del successo; assolutamente schiacciato sul raggiungimento del massimo in termini di effimero; assolutamente lontano dall’autenticità, dall’ascolto profondo di se e dell’altro; alieno dalle relazioni affettive; completamente estraneo al sacro, privo di limiti di qualsiasi genere,  condanna se stesso ad essere eroe dell’effimero, e finisce con l’implodere, col perdersi annegando nel classico bicchiere d’acqua, cioè in se stesso. L’uomo contemporaneo, esaltato dalle troppe opportunità e suggestionato dalle troppe sollecitazioni, preso dall’incantesimo dell’autosuperamento, finisce col non sapere governare le sue pulsioni, finisce col perdere il governo di se, col disconoscere il senso reale delle cose e il senso della vita stessa, sacrificando sull’altare dell’effimero ciò che dovrebbe avere di più caro, di più prezioso. La cosa più drammatica è che brucia tutto ciò senza esserne consapevole, senza rendersi conto che anziché governare è governato, che anziché soddisfare i suoi bisogni si rende schiavo di quelli indotti dal “dio” mercato e dal “dio” denaro. La posizione dell’uomo contemporaneo, non consapevole delle dinamiche che lo avvolgono come spire, indotto a credersi eroe mentre è vittima di forze oscure interne ed esterne, è di estrema fragilità. E’ questo l’Eracle tratteggiato da Sofloche nelle Trachinie, un eroe che smarrisce il senso delle cose, che si perde nell’eros che non riesce a governare, incontrando la morte e la rovina proprio nella dimensione che dovrebbe essere fonte di vita, se vissuto nella dimensione del limite, e del senso autentico della sacralità che lo significa. Quando l’essere smarrisce il limite ed esaltandosi si crede un dio, allora inconsapevolmente genera la sua stessa rovina. La figura femminile di questo dramma (Michela Esdra, la regina Deianira) sta invece nella misura del senso umano, e dal dolore sa trarre esperienza, sa leggere con l’intelligenza della ragione le fragilità umana, riesce a valutare e comprendere la forza delle tentazioni, e, con lucida intelligenza e forza dell’Io dialettizza tutto, tra ragione e sentimento, tra se e il contesto. Tra azione e paralisi rende gli altri partecipi, mostrando la mirabile complessità della psiche e lo straordinario spettacolo della maturità umana, facendosi ragione di tutto, fronteggiando la vita a corpo eretto, con grande dignità. Lo spettatore, assiste non solo ad una interpretazione mirabile, da parte della Esdra, carica di tensione consapevole, simboleggiante in maniera eloquente lo sforzo che richiede il padroneggiare se stessi, ma anche all’altra faccia della medaglia, la misura dell’umano strutturato, dell’umano che di fronte alla sconfitta tace. Deianira   incontra nell’altro solamente il blocco, solamente la stoltezza, impatta come mosca sul contesto malato, cade nel precipizio anche lei, ma con la dignità di chi è consapevole della rovina in cui gli altri, i suoi affetti, la trascinano. Cade, mostrando allo spettatore del dramma l’altra faccia, quella illuminata dal senso reale delle cose, dal senso della finitezza umana.  Eracle invece, mostra il blocco, per lui l’eros non è il modo di vivere la vita, ma l’oggetto assoluto, l’oggetto totale, una parte per il tutto, tipico delle menti malate. Si mostra incapace di elaborare, non impara  neanche dal dolore, perché è assente alle sue stesse facoltà, e in questo “non senso” trascina anche il contesto, invischia nella tragedia anche il figlio, il frutto della sua generazione, assume la  posizione di “madre della tragedia”.  Lo spettacolo è bellissimo, ben confezionato, ben strutturato, ben recitato e completato da coreografie spettacolari, innestate sul coro, che, alla sua strutturale funzione, ne aggiunge un’altra, nel  momento in cui, con un volteggiare di scialli di cui sono ricoperti le sue componenti, realizza la suggestione di un volteggiare di neri uccelli, simboleggiando la forza dell’incantesimo che rapisce gli umani esaltati, o il fato che coinvolge tutti. La lettura dell’Eracle di Euripide, l’alta opera in cartellone, è altrettanto forte, qui l’eroe protagonista, è uno zombie, un essere divorato dalla depressione (discesa nell’ade), oscillante tra abbattimento estremo ed esaltazione maniacale ( follia omicida).  L’Eracle di Euripide, perisce vittima della pulsione di morte, infezione che contrae con la smania di potere senza limiti, pulsione che lo fa essere assente alla sua funzione di figlio, di padre, di marito e di re. Eracle di Euripide è  un malato che fa solo pietà.  Pietoso è infatti il padre (Anfitrione-Pagliai), pietoso perché reso saggio dall’esperienza, savio e consapevole è una barriera alla fragilità altrui.  Questo padre è un uomo strutturato, centrato sulla sua condizione di anziano, di esiliato, di debole perché non supportato dal figlio, perché deve supplire al ruolo di questi. Costretto dalle circostanze ad essere nonno-padre, suocero-consorte, incarna la speranza, il sostegno virile, l’argine alla deriva, nonostante la sua impotenza di anziano esiliato.L’interpretazione di Pagliai è magistrale e superba, con la sua portentosa esperienza e maturità di interprete, regala allo spettatore emozioni forti, commuove con una gestualità regale, incarna forza e clemenza, pietà e coraggio, il sacro e l’umano. E’ l’interpretazione di Pagliai a fare da baluardo in questo spettacolo, non solo perché rende evidente lo scarto tra l’uomo sano e quello disturbato, ma, grazie all’eccellenza della sua interpretazione realizza contrappeso alle licenze dell’allestimento, non tutte felici, artifici aggiunti che, per fare di un classico uno spettacolo globale, lo appesantisce di trovate spettacolari, di cui il testo non avrebbe bisogno per raggiungere l’emozione dello spettatore.      

Micaela Esdra è Dianira in Trachinie di Sofocle, foto di Enrico Gori.

 Carmela Giannì - DEApress

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